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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2013-6-18

18/6/2013

Il circo dei disegnatori di operazioni patrimonio contro debito riapra gli spettacoli

E’ stato splendida, l’anno scorso, la fioritura sui media di idee tecniche al riguardo della riduzione del debito pubblico prodotte da docenti ed esperti in gara per chi fosse più innovativo. Da questo materiale il precedente ministro dell’Economia non sembra aver preso spunti per un’operazione forte patrimonio contro debito pur avendo trasferito dei beni statali alla CdP in cambio di cassa, poca roba. Ma ora ci sono un nuovo ministro, che la rubrica ritiene molto competente, ed un nuovo Ragioniere generale dello stato con una carriera nell’ufficio studi della Banca d’Italia, tra i migliori al mondo. La rubrica segnala al vitale circo dei disegnatori di operazioni patrimonio contro debito che con interlocutori di tale qualità c’è un buon motivo per riprendere gli spettacoli. Inoltre, il punto è che in fase di recessione è difficile stimolare la ripresa solo con tagli di spesa corrente e tasse perché si rischia un impatto deflazionistico pesante prima che lo stimolo abbia effetto. Poi un governo di coalizione difficilmente potrà fare tagli in quantità sufficiente. Sembra quindi ovvio che l’unica possibilità realistica nel breve-medio termine (18 mesi) per invertire la tendenza recessiva sia quella di abbattere una quantità notevole di debito (operazione non deflazionistica se fatta impiegando patrimonio) per ottenere risparmi sulla spesa annuale. L’Italia ha 2 trilioni di debito, circa la stessa cifra di patrimonio, di cui quello disponibile (immobili, partecipazioni e concessioni) dovrebbe essere tra i 600 e gli 800 miliardi. Come trasformarli in cancellazione di debito? Con un’operazione supersintetica, qui precisata per stuzzicare gli altri acrobati del circo: (a) il governo genera un fondo a cui conferisce per apporto la proprietà del patrimonio disponibile; (b) il fondo ne valuta il valore di patrimonio netto (Nav) ed avvia una missione di valorizzazione, finanziarizzazione e dismissione graduale dei beni; (c) il fondo paga allo stato i beni ricevuti con quote del fondo stesso oppure mediante obbligazioni con sottostante il rendimento dei beni stessi, convertibili in quote; (d) lo stato poi offre ai possessori di titoli di debito uno scambio con quote/obbligazioni del fondo, caricate di un privilegio incentivante, considerando anche che avrebbero un rating tripla A superiore a quello del debito italiano; (e) e alla fine cancella il monte di debito equivalente. Poniamo che tale operazione sia possibile per 600 miliardi. Il debito complessivo verrebbe ridotto a circa 1,4 trilioni, vicino al 100% del Pil. L’Italia potrebbe rinegoziare i termini del trattato Fiscal compact per renderlo meno depressivo. Verrebbero risparmiati 24 miliardi annui sulla spesa di interessi ed altri 8 per la riduzione dei costi di rifinanziamento grazie alla maggiore affidabilità delle emissioni. Il rating del debito italiano migliorerebbe e con esso quello delle banche che ne hanno i titoli in bilancio. In sintesi: (1) 32 miliardi in meno di spesa pubblica annua che renderebbero più facile sia raggiungere il pareggio di bilancio sia cominciare a detassare; (2) recupero formidabile di immagine da parte dell’Italia con ritorno del flusso di investimenti ed eliminazione di almeno una delle cause della crisi bancaria e del credito nonché dei suoi costi de-competitivi; (3) Draghi potrebbe fare leva su questo successo italiano per ri-affermare il ruolo della Bce come garante illimitato di ultima istanza degli eurodebiti. Ciò metterebbe il turbo alla ripresa italiana. Forza, pressione.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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