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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2013-5-21

21/5/2013

Perché all’Eurozona basta solo un minimo e non un massimo di integrazione per salvarsi

Che il modello dell’Eurozona non potesse funzionare fu evidente già dal 1997 quando, in occasione del trattato di Amsterdam, le nazioni decisero di affidare il governo dell’economia al rispetto di parametri nazionali di stabilità finanziaria e non ad un governo confederale. Non può esistere una moneta unica senza una governance economica unica. Anche gli europeisti lirici erano consapevoli che si stava costruendo un tetto senza i muri. Ma sostenevano che proprio per questo motivo, cioè per non far saltare l’euro, le nazioni avrebbero dovuto prima o poi accettare la cessione di sovranità per formare un governo unitario dell’economia. Il tetto auto-costruirà i muri, profetizzavano. Ciò non è avvenuto, ma adesso c’è l’evidenza - l’Eurozona è l’unica area in crisi del pianeta per deflazione autoindotta - che l’area monetaria non può continuare così a causa dell’impoverimento che produce. Il punto: le èlite politiche europee si stanno rendendo conto che l’Eurozona salterà, non sul piano tecnico, ma su quello sociale, entro un orizzonte di pochi anni, cioè entro i tempi del loro mandato. Alcuni scenaristi stanno studiando come salvare la Ue dopo il crollo dell’unione monetaria, ma trovano difficile trovare una soluzione in un ambiente di competitività valutaria intraeuropea, dove tra l’altro la vittima principale sarebbe l’economia tedesca. Infatti Berlino sta valutando la creazione di un’area di influenza baltica integrata per attutire questo rischio. Ma, in realtà, i politici non vogliono la frammentazione dell’Europa perché ciò ne farebbe finire le carriere oltre che metterli in negativo sui libri di storia. Questo appare il vero motivo delle recenti espressioni “europeiste” di Hollande e di Merkel. Ma cosa potranno e vorranno fare? Sarà veramente avviata tra poche settimane un’agenda di soluzione confederale al problema di incompletezza dell’Eurozona? Fino alle elezioni tedesche di settembre tale linguaggio potrà restare solo prospettico. Inoltre Parigi, vista la prevalenza sovranista nelle fonti di consenso, sosterrà modelli integrativi basati su accordi intergovernativi e non certo comunitari. Ma che relazione c’è tra il requisito di inversione urgente dell’austerità impoverente e l’avvio di un’agenda nominale di completamento integrativo del sistema europeo? Probabilmente la seconda servirà a coprire deroghe al rigore utili per il primo, a far lavorare meglio la Bce e ad aggiustare qualche trattato, ma senza toccare la sostanza del modello. Basterà? Sarebbe sufficiente evitare gli eccessi di austerità per far tornare in crescita, pur piccola, il sistema e sedare i nazionalismi, così rinviando la dissoluzione. Troppo poco? All’Europa basta mantenere solo un minimo di integrazione – configurazione prudente anche per minimizzare frizioni nazionaliste - per poter essere controparte dell’America nella costruzione di un’area transatlantica di libero scambio. Quanto probabile? l’America non vuole un’Europa unita e germanizzata come terzo incomodo nel confronto con la Cina e ha bisogno dell’Europa, e via questa della Russia, per rinforzare il dominio sul pianeta. Quindi, come accadde negli anni 50’, sarà nuovamente l’America a dare un significato strategico all’integrazione europea, spingendola. I difetti dell’euro non sono rimediabili senza un’architettura confederale, però infattibile, ma possono essere sanati nell’ambito della convergenza tra euro stesso e dollaro. La soluzione si trova in questa direzione e sarebbe il miglior scenario costi/benefici per l’Italia.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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