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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2013-4-9

9/4/2013

Per equilibrare la Cina in decrescita è necessaria una strategia aperta e non chiusa

La Cina non potrà continuare la sua crescita a livelli superiori all’8% del Pil annuo come ha fatto dalla metà degli anni ’80 fino a poco tempo fa. Motivi: (a) la crescita basata esclusivamente sulle esportazioni è ridotta dalla minor forza di traino della domanda globale da parte delle locomotive americana ed europea; (b) Il secondo fattore principale di crescita, gli investimenti esteri diretti, è compromesso sia dalla contrazione del sistema finanziario globale sia dall’inversione della profezia ottimistica sulla Cina; (c) il modello economico dipendente dall’export e dagli investimenti esteri è difficilmente modificabile; (d) pesa sul futuro cinese la politica che impone un figlio solo, pur ora in revisione e non rispettata nelle aree rurali, che fa prevedere un’implosione demografica prospettica. In sintesi, per la Cina è finito un ciclo. Quale sarà il prossimo? La nuova leadership politica è consapevole che il modello export-led non è più trainante, ma anche che non riuscirà a cambiarlo. Quindi sta cercando di riorganizzare il sistema affinché possa reggere un tasso di crescita minore, tra il 4 ed il 6%, senza sfasciarsi. Per riuscirci sarà necessario compensare con più impieghi del risparmio residente il calo degli investimenti esteri. La Banca centrale cinese ha recentemente pubblicato uno studio che fa intendere un tale piano, combinato con un rinvio lunghissimo della convertibilità dello yuan per tenere il capitale “prigioniero” in Cina. Pechino tenterà nei prossimi anni un “atterraggio morbido” per raggiungere un nuovo equilibrio, pur in crescita minore, tentando di comprare tempo per passare dal modello export-led ad uno trainato dalla crescita interna. Il think tank del rubricante ha elaborato una prima simulazione di tale strategia ed ha trovato che la sua probabilità di successo è piuttosto bassa. Per esempio, con un tasso di crescita sotto il 5% si attualizzerebbe la sovracapacità, cioè molte costruzioni rimarrebbero vuote ed i crediti bancari diventerebbero inesigibili generando una crisi da sbolla, devastante. Se si inseriscono nella simulazione gli impieghi delle riserve sovrane (circa tre trilioni di dollari) e forzature possibili ad un regime autoritario, tale probabilità aumenta. Ma non al punto da rendere credibile il mantenimento della stabilità del sistema. Pertanto c’è una nuova questione cinese: come evitare che la Cina imploda e che tale evento comporti una svolta nazionalista con conseguente aggressività esterna per mantenere il consenso interno in una fase di impoverimento e delusione di massa. La soluzione più efficace sarebbe: (1) forzare, via inflazione, la ripresa in America ed Europa per dare, nei prossimi 5 anni, più crescita al modello cinese export-led non facilmente modificabile; (2) integrare con standard comuni il mercato cinese, aprendolo totalmente pur solo in alcune zone, con quelli europeo ed americano; (3) incentivare gli occidentali a compiere tale mossa rendendo convertibile lo yuan e liberalizzandone la circolazione affinché i capitali cinesi possano fluire nei sistemi finanziari europeo ed americano per poi tornare in Cina in forma di investimenti. Il punto: il cambiamento del modello economico cinese implica la sua completa apertura ed integrazione internazionale. Ma la linea corrente è di non rendere convertibile lo yuan e di tenere il sistema cinese semi-chiuso, i tecnici cinesi e molti occidentali sciaguratamente d’accordo sul fatto che tale scelta sia “prudenziale”. E’ un errore di impostazione strategica che va corretto per interesse cinese, nostro e globale.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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