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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2014-3-25

25/3/2014

Serve una politica andreottiana per evitare che la questione russa danneggi il business italiano

Un’iniziativa francese non controllata dall’America costrinse l’Italia, per priorità della lealtà Nato, a sostenere il conflitto con Gheddafi che era un profittevole cliente. Ora c’è il rischio che per priorità della lealtà europea e Nato si possa rovinare il business crescente tra Italia e Russia. La rubrica è totalmente a favore della lealtà atlantica e raccomanda di mantenerla, notoriamente ed ovviamente. Ma non al costo di perdere miliardi di affari in corso e preparazione, cosa che impatterebbe negativamente, in particolare sugli investimenti in entrata, azzoppando la già claudicante ripresa come si prospetta se le sanzioni economiche occidentali contro la Russia fossero inasprite. Da un lato, le diplomazie sono al lavoro per minimizzare il contenzioso, dall’altro qualche sanzione appare inevitabile. Il punto: o l’Italia viene remunerata a compensazione dei danni indotti dal contrasto euroamericano della Russia oppure Roma dovrà trovare un modo per perimetrare le sanzioni allo scopo di continuare i propri affari cirillici. Il nuovo ministro degli Esteri appare competente e consapevole, ma è forte la sensazione che manchi al governo la dentatura per tutelare come detto l’interesse nazionale. Tale formulazione del problema potrebbe sorprendere perché la politica e le fonti di opinione pubblica manco si sognano di concepire un’Italia capace di trattare i propri interessi ad una scala che implica capacità politiche di potenza. L’abitudine alla sottomissione dipende da fattori realistici e comprensibili: il retaggio di una nazione (malamente) sconfitta nel 1943, il disordine politico interno che rende debole la proiezione di potenza esterna, la poca consistenza personale dei primi ministri emersi dal processo di selezione della politica italiana, Andreotti l’ultimo temuto e rispettato nel mondo, ecc. Chi osserva le cose italiane ritiene che sia inutile pensare a mosse audaci esterne valutando la consistenza delle persone che dovrebbero attuarle. Si pensi ad un Senato, per esempio, che vieta le trivellazioni di petrolio e gas in un’Italia che è quasi un Kuwait e grazie a questo potrebbe sfamare rapidamente quel 1/3 di italiani impoverito dalla crisi. Si pensi che l’Italia è l’unico stato a lasciare prigionieri suoi soldati in divisa in una nazione straniera, telefonando invece di liberarli. Con politici così lievi cosa può fare l’Italia? Ma la geopolitica insegna che il potere di influenza di una nazione dipende anche da fattori passivi, cioè di posizione e di contingenza. L’Italia ha una posizione passiva rilevante sia per attutire il confronto americano con la Russia sia per essere compensata nel caso si inasprisca. Inoltre nel secondo semestre sarà l’Italia a presiedere la Ue, cosa usualmente insignificante, ma in questo frangente rilevante perché dovrà coordinare il gruppo di contatto Ue-Russia. Pertanto Roma, pur debole e disabituata ai grandi giochi, ha chance per poter trattare. Quale strategia? La rubrica suggerisce di mettersi d’accordo bene prima con gli americani, in bilaterale, per tenersi una fessura con la Russia. La Germania tenterà la stessa cosa, ma è più vincolata dagli emotivi antirussi baltici e polacchi nonché dalla sua speranza strategica di ergersi a loro protettore e quindi meno flessibile. In sintesi, il caso russo genera un fronte nord ed uno sud dove sono possibili politiche differenziate, nel secondo l’America bisognosa (molto) dell’aiuto italiano per evitare che Mosca faccia scherzi nel Mediterraneo e dintorni. Qui lo spazio per il gioco di scambi e compensazioni c’è. Que Andreotti revienne.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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