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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2013-3-4

4/3/2013

Perché il capitale globale di investimento ha riscoperto l’Italia

Fino a quando durerà il flusso di capitali globali che lasciano le economie emergenti a favore dell’Eurozona e che premiano l’Italia nonostante la sua poca crescita e lentezza riformatrice? Il flusso forte durerà fino a che verrà saturato lo spazio di rendimento differenziale dei titoli denominati in euro. Per esempio: (a) un Btp italiano ha ancora uno spazio di rendimento quasi doppio di uno tedesco; (b) un operatore finanziario, valutando che non guadagnerà nei paesi emergenti perché i rendimenti sono a tetto ed a rischio crescente, tende a comprare un rendimento decente a rischio comparativamente minore in euro; (c) quindi acquista titoli italiani nonostante il basso rating. Perché non lo ha fatto prima? Il mercato sta rivalutando i rischi e ora preferisce andare a caccia di rendimenti nelle aree dell’euro e del dollaro considerate più sicure di altre, a favore degli euro meridionali perché i più sottovalutati. Quando il rendimento diverrà minore perché i differenziali si saranno allineati, per esempio uno spread titoli italiani-tedeschi attorno ai 120 punti basici, allora il mercato guarderà altrove. Pertanto il flusso forte a favore dell’Eurozona potrebbe durare ancora qualche mese prima di un nuovo spostamento ad ondata dei capitali in caccia di un buon rapporto rischio/rendimento. Una prima stima porta ad aprile-maggio 2014 il punto di allineamento sostanziale (quello formale tiene conto dei rating diversi) dei rendimenti in euro, cioè della fine di un premio attraente per i titoli di debito delle nazioni europee meridionali. Dopo? Se l’instabilità globale (sbolla immobiliare in Cina, Ucraina, ecc.) aumenterà, allora il flusso dei capitali potrebbe premiare di più il dollaro, ed i bond sulle azioni, pur restando qualcosa verso euro, in quanto i capitali cercheranno una sicurezza maggiore. Ma è troppo presto per scenarizzarlo. Resta comunque l’ipotesi di una finestra di 2-3 mesi superfavorevole all’Italia: richiesta dei suoi titoli finanziari de-correlata agli andamenti economici. Pertanto la prima raccomandazione all’ufficio che gestisce il rifinanziamento del nostro debito, il migliore del mondo sul piano tecnico, è quella di “sparare” più emissioni di rifinanziamento possibili in questa finestra, resistendo alla tentazione di aspettare sperando in costi minori verso la seconda metà dell’anno in cui il mercato potrebbe essere nuovamente volatile. Anche perché l’ondata di capitali su titoli euro-meridionali sta alzando il cambio oltre il livello di impatto grave sulla competitività dell’export italiano e di euro-altri, forzando la Bce a fare qualcosa di re-flazionistico per calmierarlo, cosa che renderebbe più attraente il dollaro ri-orientando lì il grosso dei flussi. Ma un settore del capitale globale di investimento mostra un interesse più lungo verso l’Italia: la crisi ha deprezzato oltre misura i valori dei beni nazionali nonché portato ad una sottovalutazione esagerata del potenziale industriale. Pertanto c’è una finestra molto ampia per comprare a poco, sviluppare velocemente e poi vendere a molto aziende italiane. Tale scenario è stato comunicato e condiviso con eccitata enfasi nel meeting di Berlino, la scorsa settimana, tra investitori globali: si apre la caccia per buone operazioni di private equity e venture capital in Italia. Cosa dovrà fare il governo per sfruttare ambedue le situazioni favorevoli dette? Poco: solo evitare allarmi sulla solvibilità dell’Italia, disordini sociali e roba comunistoide, al resto ci penserà il mercato. Momento buono: gli investitori hanno riscoperto l’Italia. Non roviniamolo.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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