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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2014-2-4

4/2/2014

Il mercato delle start-up è pronto per il salto reindustrializzante

In Italia si è formata una prima massa critica di fondi venture capital ed incubatori/acceleratori di impresa che è premessa per un boom di “start-up” e, in prospettiva, di una re-industrializzazione dell’Italia per questa via. Si tratta di un mutamento epocale: fino a qualche anno fa il portatore di una idea di business poteva inizialmente capitalizzarla solo andando in banca, dando in garanzia patrimonio, o trovando un raro mecenate o un accesso a fondi pubblici per lo più insufficienti. Per questo la trasformazione di una idea in impresa era ridotta da una strozzatura nei finanziamenti. Inoltre non era facile trovare competenze ed ambienti di sostegno alle start-up. Da qualche anno è in atto un movimento che porta in Italia competenze “californiane” incrociandosi con i protagonisti della discontinuità innovativa in questo settore: le fondazioni bancarie. Molte di queste, capitanate da una milanese, hanno interpretato la loro missione sociale in termini di finanziamenti a rischio, via fondi istituzionali, altrimenti irreperibili. Ciò ha creato un primo livello del mercato delle start-up che alcuni stimano possa arrivare a circa 3.000 nel medio termine. Ma manca una seconda fase di strutturazione per rendere più fluido, rapido ed ampio il ciclo di trasformazione di una nuova idea in impresa. Certamente non manca il substrato. La società italiana è tra i massimi produttori di capitale intellettuale nel mondo. Il fatto che il modello italiano ostacoli la trasformazione di questo capitale in uno di tipo industriale oscura tale potenziale territoriale (shale brain). Ma lo si vede se si estendono le statistiche agli italiani che intraprendono nel pianeta con formule innovative. Tale considerazione implica obiettivi più ambiziosi e la convenienza di costruire infrastrutture residenti dedicate: (a) una Borsa specializzata predisposta per la quotazione anticipata di start-up allo scopo di facilitare l’investimento iniziale da parte di fondi istituzionali (il capitale entra dove può uscire); (b) facilitazioni normative e regolative per fondi chiusi istituzionali specializzati nelle diverse tappe di sviluppo di una start-up: investimenti seme, fioritura, primo sviluppo, early private equity, ecc. (per strutturare una catena di investimenti/investitori successivi a diversi livelli di rischio); (c) detassazione totale per 5 anni delle start up e incentivi per la quotazione. Solo queste tre misure, più un premio fiscale agli investitori “seme”, darebbero un tiraggio moltiplicato al settore. Ma uno ancora più forte verrebbe prodotto da innovazioni tecniche e culturali nella finanza venturista privata: (d) finanziamento di start-up attraverso la cartolarizzazione delle quote societarie ed emissione di obbligazioni zero-coupon/bullet, eventualmente convertibili, quotate su una Borsa titoli regolamentata, con sottostante il rendimento dell’impresa a partire dal 3° o 5° anno di attività (semplificherebbe la catena di investimenti); (e) ampliare la cultura venturista dall’attenzione ai soli start-up “high-tech” o “digital” a quella su qualsiasi buona idea che possa trasformarsi rapidamente in business, per allargare l’area degli investimenti new-next; (f) e per allargare la platea degli investitori il modello di business dei venturisti italiani dovrebbe meglio precisare che il loro stile di investimento ha come scopo il profitto elevato e rapido per gli investitori in 3 o 5 anni piuttosto che in 7 o 10. In sintesi: passare dal venture pioneristico di prima fase a quello più strutturato di seconda, sul piano della consistenza e velocità dei ritorni, poi produrrà l’effetto reindustrializzante.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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