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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2013-4-23

23/4/2013

Bentornato capitalismo finanziario anarchico ed audace

La rubrica osserva con divertita soddisfazione, perché lo aveva previsto ed argomentato già nell’autunno del 2008, che il mercato finanziario globale è tornato ad essere esattamente quello che era prima della crisi, anzi più audace e bollista. Poco dopo l’implosione tanti governanti ed eticisti lirici si affrettarono a dichiarare finita per sempre la finanziarizzazione dell’economia perché considerata causa del disastro. L’imputazione è discutibile, ma ora è rilevante notare che le intenzioni de-finanzianti non hanno trovato attuazione pratica. Qualcosina di restrittivo e moralizzante sulle banche commerciali americane ed europee è stato fatto, da solo il mercato finanziario ha attuato una riduzione (temporanea) dei moltiplicatori della operazioni a leva per adattarsi ad un ambiente con minore propensione al rischio, ma tutto il resto del sistema finanziario precedente è rimasto intatto, pur spariti alcuni snodi, e sostanzialmente non regolato. Sorprendente? No, semplicemente governi e regolatori si sono resi conto della realtà: se si impediva o limitava troppo l’esercizio dell’industria finanziaria sarebbe stato come togliere il sangue al corpo dell’economia reale. Infatti solo qualche sprovveduto separa finanza ed industria credendoci veramente. E’ ovvio che siano inseparabili come è ovvio che se si vuole far crescere l’industria concreta, cioè agricoltura, manifattura e servizi, bisogna alimentarla con capitale crescente. Per moltiplicare il capitale disponibile nel presente bisogna prelevarlo dal futuro (o stamparlo). Pertanto l’industria concreta può crescere solo se sostenuta da un’altra specializzata in astrazioni che individuano in un dato capitale un suo aumento nel tempo e lo cristallizzano come denaro disponibile nel presente. Questa è la missione dell’industria finanziaria, la finanziarizzazione come strumento di estrazione del capitale del futuro. Entro questa missione l’azione più critica è quella di gestire i rischi trasferendoli da un operatore all’altro. Per esempio, se una banca può vendere (cartolarizzare) un contratto di mutuo trentennale ad un operatore che glielo paga subito con uno sconto dal quale trova profitto, allora la banca stessa avrà soldi per accendere ulteriori mutui. Se non trova un compratore di rischio specializzato in prodotti finanziari strutturati e/o derivati, allora niente soldi né casa per sposini ardenti. Certo, sarebbe rilassante poter eliminare il rischio. Ma al momento l’unico modo per farlo è quello di restringere le operazioni finanziarie, condannando l’economia reale ad una de-capitalizzazione depressiva. Se si vuole la crescita, pertanto, bisogna accettare il rischio. E l’unico modo per gestirlo è quello di trasferirlo a chi lo sa maneggiare, cioè finanziarizzarlo. La combinazione tra rischio e crescita è la fonte della finanza derivata che, giornalmente, è dieci volte più del Pil mondiale, cioè attorno ai 670 miliardi di dollari. Ora sta puntando ai 700 proiettata più in alto anche grazie alla bolla borsistica spinta, con alluvione di liquidità, dalle Banche centrali americana, nipponica ed inglese. Ciò vuol dire che i regolatori non hanno ristretto la finanza globale e che, anzi, ne stanno usando la vitale anarchia per tirare fuori dai guai l’economia reale. Poi ci sarà la sbolla, guferà l’eticista. Certamente, ma il mercato capitalistico, dopo ogni ciclo bolla-sbolla trova un incremento dei valori. Bentornato capitalismo finanziario, è stato facile prevedere che dopo la sua crisi sarebbe rinato come era prima.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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