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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2013-3-19

19/3/2013

La priorità asiatica dell’America rende più rilevanti Europa ed Italia e non meno

Da tempo molti prevedono che lo spostamento delle priorità strategiche americane in Asia comporti una perdita di rilevanza dell’Europa e dell’asse atlantico. Alcuni analisti italiani temono, in particolare, un grave indebolimento della posizione internazionale di Roma. Questa persegue storicamente la strategia di moltiplicare la propria forza nazionale di media potenza via partecipazione ad alleanze, in particolare Nato ed Ue, per ottenere vantaggi. L’Europa è ormai un’ alleanza svantaggiosa e perfino ostile, per esempio lo scippo franco-inglese della Libia che era tornata di fatto colonia italiana nonché la pressione rigorista tedesca che, in combinazione con l’incapacità politica interna, sta distruggendo la nostra economia. Se anche la Nato perdesse rilevanza Roma resterebbe debole ed isolata. Ma la realtà è diversa: proprio perché dovrà ingaggiarsi in Asia l’America avrà più bisogno di una convergenza con l’Europa e di un’alleanza più stretta con l’Italia sia per bilanciare ed influenzare la Germania, cosa che Francia e Regno Unito non riescono più a fare, sia come base sicura per le proiezioni di potenza in Africa e nel Medio-Oriente, nonché globalmente con il concorso dei nostri F35 interoperabili e navi portaerei nonché droni. Molti avvertono che l’America si sta ritirando, ma non è vero. La nuova strategia dell’America è quella di limitare l’espansione della Cina in generale, in particolare proprio in Africa ed in Sudamerica (toh) dove è sempre più penetrante. Per evitare l’isolamento, Pechino dovrà fare quello che ogni nemico dell’America ha sempre tentato: separarla dell’Europa. Per questo motivo la priorità asiatica implica quella della ri-convergenza con l’Europa di cui l’Italia è un elemento portante. Non bisogna scambiare una rischieramento delle forze militari dal fronte europeo a quello asiatico, nonché un problema di riduzione costi, con un abbandono del primo. In particolare, il depotenziamento delle difese antimissili in Europa orientale per la priorità di rafforzarle a ridosso della minaccia nucleare nordocoreana va anche visto come un messaggio distensivo alla Russia, ora necessaria all’America per circondare da nord la Cina e contrastarne l’espansione verso la Mongolia e l’Asia centrale. Caso mai il problema è economico in quanto l’America pretenderà dagli europei ingaggi più attivi e costosi per il presidio dei teatri viciniori, il vero significato di “guidare da dietro”. Poi vi sarà un problema politico di allineamento tra americani, europei e russi sulle questioni siriana ed iraniana, ecc.. Il tutto complicato dalla confusione a livello di dettaglio della politica estera statunitense. Ma tale confusione non tocca la “grande strategia”: l’America ha bisogno dell’Europa. In tale movimento l’Italia avrà sempre più rilevanza. Roma non sta cogliendo questa opportunità per suo disordine politico. Ma appena verrà fuori una qualche testa lucida, questa troverà un’America ben disposta al rafforzamento dell’alleanza bilaterale ed a sostenere l’Italia sia come fonte di atlantizzazione dell’Europa sia come elemento di bilanciamento dello strapotere tedesco (filocinese) nonché come intermediario con Mosca. In sintesi, non c’è un problema di futura collocazione internazionale dell’Italia, chiarissima. C’è il problema di quando e se la politica italiana, ora densa di attori provinciali o stanchi o impreparati o leggerini riuscirà a capirlo. E quello di un’America che non riesce ad individuare un interlocutore italiano solido. Ma ciò potrebbe tradursi in un vantaggio competitivo per il più sveglio tra gli aspiranti al Quirinale.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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