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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2013-12-31

31/12/2013

Perché e come sarebbe facile invertire le previsioni negative sull’Italia

A quali condizioni l’Italia potrà restare più comodamente nell’euro ed accelerare la ripresa? In base alla simulazione del gruppo di ricerca del rubricante, due: (a) 50 miliardi di spesa pubblica strutturale e di carico fiscale in meno; (b) abbattimento di 500 miliardi del debito pubblico, cosa che implica altri 20 miliardi circa di spesa per interessi-anno in meno. Se l’Italia nell’arco di 3 anni riuscirà a fare la prima azione e se renderà credibile entro un anno e mezzo un progetto di più lungo termine di abbattimento del debito nelle cifre dette, allora è probabile che dal 2015 il suo Pil possa crescere mediamente attorno al 2,5% nei 5 anni successivi. La logica di questo scenario condizionale è stata calibrata sulla priorità del ripristino della credibilità finanziaria della nazione. L’Italia è considerata una mina nel sistema globale perché ha troppo debito e poca crescita per ripagarlo. Non ha strumenti sovrani per risolvere questo problema con mezzi ordinari quali la monetizzazione del debito, la svalutazione e la stimolazione in deficit in quanto ha ceduto la sovranità su tali mezzi. Non ha un vero e certo prestatore di ultima istanza per il suo sistema bancario nonché per il debito, nonostante gli ammirevoli sforzi della Bce di creare un succedaneo. Ciò rende l’Italia proiettata verso l’insolvenza nel lungo termine, con la complicazione a breve di non poter separare il “rischio paese” da quello “bancario”, fatto che restringe e rende troppo costoso il credito, comprimendo il pur grande potenziale industriale. In sintesi, è un miracolo se le agenzie di rating non abbiano ancora messo l’Italia tra gli stati falliti. Ma lo stato ha un enorme patrimonio pubblico, la cui parte disponibile è attorno agli 800 miliardi su 2 trilioni circa teorici, un apparato mai riformato che quindi ha una massa enorme di spesa inutile, tagliabile senza compromettere la socialità, ed un volume tra i più alti al mondo di risparmio/patrimonio privato. La politica, che non appare voler tagliare debito e spesa, sta drenando il risparmio privato via pressione fiscale in aumento, ma così facendo finanzia il passato e non il futuro. Gli analisti lo vedono e prevedono la morte certa del sistema, solo rimandabile, ma inevitabile. Pertanto l’Italia ha la priorità di mostrare, per mantenere l’accesso al mercato finanziario globale, che sarà capace, invece, di finanziare il proprio futuro con operazioni non-deflazionistiche “patrimonio pubblico contro debito” e ri-trasferendo masse di capitale dallo stato al mercato. In particolare, l’annuncio di un’operazione patrimonio contro debito che riporti il secondo almeno al 100% del Pil è necessaria per sostituire l’obbligo, preso con il trattato Fiscal Compact, di ridurre dal 2015 il debito stesso a tappe forzate, cosa insostenibile (oltre 40 miliardi annui) se fatta drenando per via fiscale risparmio privato. Non occorre vendere 500 miliardi di patrimonio subito, ma lo si può trasformare in obbligazione (quotata) con sottostante il rendimento del patrimonio stesso che viene dato agli investitori nelle aste di rifinanziamento del debito al posto di nuovi titoli di debito stesso, così riducendolo. L’annuncio credibile di un’operazione del genere e l’avvio del taglio alla spesa come detto invertirebbero subito lo scenario negativo sull’Italia, salvandola. Tecnicamente è facile, il rubricante è pronto a dettagliare il come di fronte a qualsiasi commissione parlamentare o governativa, e quindi si può chiedere alla politica perché non lo fa o se ci sono alternative più efficaci. L’augurio 2014 è che risponda.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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