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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2013-12-24

24/12/2013

Perché d’ora in poi il TTIP dovrebbe essere comunicato di più e meglio

Probabilmente è un bene che la stampa europea abbia trascurato la 3° sessione del negoziato TTIP (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti) tra Ue e Usa, chiusa con successo a Washington il 20 dicembre. Infatti la trattativa è complessa perché punta a costruire un mercato integrato tra Europa ed America ed è vulnerabile, nelle fasi iniziali, a interferenze da parte degli interessi protezionisti od ideologici nonché ad incomprensioni popolari in caso di resoconti imprecisi. Inoltre Cina e Russia, che sarebbero esclusi e depotenziati da una convergenza euroamericana che implicherebbe una saldatura geopolitica, hanno interesse che il tema prenda profilo mediatico allo scopo di poterlo meglio sabotare, come già tentato. Ma fino a quando funzionerà la salvaguardia del TTIP via silenzio mediatico? Per un po’ il silenzio aiuta, ma quando la trattativa maturerà la esporrà alle distorsioni del primo che ne parlerà male. L’America si è accorta del problema ed ha invitato ben 400 stakeholders, cioè portatori di interessi connessi al TTIP, a presentare le loro posizioni durante la 3° sessione del negoziato. Costoro dovranno ammettere che le loro posizioni hanno avuto ascolto e considerazione. Il negoziato, appunto, ha un raggio pressoché totale, gestito da decine da gruppi di lavoro in parallelo: dall’abolizione delle tariffe doganali alla vera e propria convergenza regolativa in centinaia di settori industriali e dei servizi, trattativa più per costruire un mercato unico che un meno impegnativo accordo di libero scambio e che per questo tocca molteplici interessi in ambedue i continenti. La Ue, che ha per trattato la delega a condurre negoziati di libero scambio poi soggetti all’approvazione finale del Consiglio dei governi europei, non ha pressioni per decidere cosa, come e quando comunicare perché responsabilità e prerogativa dei governi stessi. Ma il governo statunitense ce la ha in quanto vincolato alla trasparenza in corso d’opera. Infatti ha scelto un comportamento di comunicazione ed interazione aperta, anche pensando alla prevenzione di dissensi in vista del rinnovo del Congresso nell’autunno 2014: l’accordo porterà vantaggi notevoli e rapidi, soprattutto, alle piccole e medie imprese, con conseguenze di aumento dell’occupazione. Numeri? La fondazione Bertelsmann calcola quasi 800 dollari in più all’anno, mediamente, per ogni famiglia americana ed europea quando il TTIP andrà a regime (2016). Il gruppo di ricerca del rubricante prevede l’1,2% di Pil aggiuntivo per America e l’1,3% per l’Europa, un’enormità, con il maggior vantaggio per le piccole imprese italiane. Ha anche calcolato quanto business perderebbero europei ed americani dall’abolizione delle barriere commerciali: qualcosa in Francia e nei servizi finanziari, ma con saldo più che positivo per ambedue i continenti in quanto il vantaggio di uno non implica perdita per l’altro. In base a questi scenari ben difendibili la rubrica raccomanda alla Ue di aprire anche sul suo lato una funzione di ascolto per tutti i gruppi di interesse senza paura delle reazioni protezioniste che potrebbero esplodere in sede di campagna per le elezioni europee del maggio 2014. La trasparenza conviene perché mostrerà i vantaggi del TTIP e dell’esistenza di una Ue che tratta alla pari con l’America, cosa che le singole nazioni non potrebbero fare. Raccomanda, inoltre, al governo ed alla stampa italiani di aprire una finestra informativa continua sul TTIP perché chiaro interesse nazionale e fonte esterna di crescita futura che il mercato interno altrimenti non produrrebbe.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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