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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2013-2-12

12/2/2013

Come la finanza buona ed innovativa può salvare le imprese in difficoltà

Molte piccole aziende italiane sono in crisi di liquidità e/o di bilancio senza motivo. Il rubricante ha contribuito a salvarne alcune con strumenti di finanza non-standard. Da questa esperienze ha avuto la sensazione che tali strumenti non siano sufficientemente noti in Italia e ritiene utile descriverne almeno due semplici, efficaci nel momento, agli imprenditori: (a) trasformazione degli immobili in liquidità; (b) cessione dei crediti in sofferenza con metodo di svalutazione controllata. Ambedue le operazioni si basano sull’inserimento dello strumento “fondo” nella finanza d’impresa. Prima, si parta dal capannone dell’azienda. Le banche ne riconoscono solo in minima parte il valore di garanzia per un credito e ciò riduce il credito stesso. L’azienda – con ragionevole prospettiva di continuità - conferisce “per apporto” il capannone ad un fondo immobiliare (se italiano l’operazione avviene in neutralità fiscale) dopo essersi messa in affitto e quindi aver dotato il capannone stesso di una rendita finanziaria attorno al 6%. In tali casi, infatti, il valore di un immobile dipende dalla sua rendita finanziaria. In cambio l’azienda riceve quote del fondo corrispondenti al valore conferito e le usa come garanzia per il credito. Poiché le quote sono un prodotto finanziario trasparente, con rischio calcolabile, la banca dovrebbe riconoscerne il valore facciale o scontarlo non troppo, poniamo al 90%. Se così, l’impresa, dopo l’operazione, aumenta notevolmente la base di garanzia per il credito e ne ottiene di più. Impresa salva, banca contenta. L’azienda può fermarsi qui o continuare, conferendo le quote del fondo italiano ad uno specializzato estero, per esempio un comparto di un fondo lussemburghese, irlandese, inglese, ecc. Il comparto emette obbligazioni con sottostante la rendita delle quote e le quota sulla Borsa titoli lussemburghese. In tal caso l’obbligazione genera cassa. Oppure l’obbligazione viene presa in affitto per un decennio da una “fabbrica prodotti” finanziari strutturati ad un certo prezzo o dando in cambio credito moltiplicato a condizioni speciali. Il capitale così generato viene poi reso disponibile per l’azienda. Una tale operazione ha senso economico su una scala dai 20 milioni in su. I capannoni delle singole aziende valgono molto meno, di solito. Ma gli studi commercialisti associati in un’area potrebbero aggregare le imprese per questo tipo di operazioni, così rendendole fattibili per le piccole. Qui la cosa è stata semplificata, le varianti sono molte, ognuna va sartorializzata, ma, in sostanza, questo strumento proposto dal rubricante (e suoi partner) ha funzionato. Così come la cessione bilanciata del credito. Un fondo specializzato, meglio se inglese, valuta il credito in sofferenza e lo compra dall’azienda pagandolo con quote del fondo stesso. Tali quote vengono messe nel bilancio corredate da una perizia che ne definisce il grado attuale e prospettico di possibile svalutazione/rivalutazione. Se il credito non si è già smaterializzato, tale operazione evita una svalutazione secca e totale che porterebbe l’azienda al fallimento o ad un impegno infattibile, nelle contingenze, di ricapitalizzazione. Non è per tutti, ma tante imprese possono essere salvate così. Prossimo capitolo: applicazione, finora mai tentata, dei metodi di incubatore di start-up ad aziende in crisi, che il rubricante sta sviluppando con Ruggero Frezza del fondo “venture” M31. Questa è finanza buona, innovativa e salvifica, richiede apostoli del capitalismo che la pratichino ed evangelisti che la diffondano, qui invitati a connettersi.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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