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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2012-12-18

18/12/2012

Il pragmatismo monetario di Carney è la giusta formula anticrisi

Mark Carney – governatore della Banca centrale del Canada ora passato a dirigere la Banca d’Inghilterra – si è posto apertamente il problema se le politiche monetarie in atto siano o meno sufficienti per contrastare una tendenza depressiva latente (in forma di ripresa troppo lenta) o manifesta (in forma di recessione/stagnazione endemica) nelle nazioni e aree monetarie dove vige un obiettivo prefissato di inflazione da non superare. Queste sono America, pur con ampia flessibilità, Eurozona, Canada e Regno Unito. L’idea di Carney è che gestire la liquidità di un sistema sotto il vincolo di uno stringente obiettivo di inflazione riduce la stimolazione per via monetaria della ripresa. Per tale motivo ha dichiarato che in casi estremi gli obiettivi della politica monetaria possono includere la riduzione della disoccupazione e quindi prevedere un aumento temporaneo dell’inflazione. In realtà Carney non invita a mollare senza criterio i cordoni della borsa né rinuncia, alla fine, a definire un tetto di inflazione stessa, ma propone di prendere come termine di riferimento per i calcoli il Pil nominale, cioè un indicatore che valuta in modi più ampi la stabilità di un sistema economico e che giustifica politiche monetarie più espansive di quelle previste dalla dottrina standard in caso di crisi. Tale pensiero da fonte così autorevole sta creando un terremoto. Il punto: in caso di crisi particolarmente gravi ci vuole un diluvio di liquidità e non una semplice inondazione come sta avvenendo ora, con scarso successo in America e minimo nell’Eurozona, accettando un’inflazione temporanea elevata. La rubrica è assolutamente a favore della proposta di Carney in base a studi prolungati sulla relazione tra stabilità e fiducia la cui conclusione è stata che nelle crisi gravi bisogna destabilizzare per ripristinare la fiducia stessa. Una crisi diventa gravissima, cioè prende la forma di una spirale depressiva, quando il mercato perde fiducia nella ripresa e non muove più consumi e investimenti. L’unico modo per smuoverlo rapidamente, evitando l’attualizzazione di danni strutturali al sistema economico, è quello di generare un’attesa di riflazione. Generica o specifica? Nel 2003 Alan Greenspan si torturò per cercare un qualcosa da mandare in bolla allo scopo di far ripartire la fiducia in America dopo la crisi del 2001-02. Gonfiò il valore degli immobili, ma senza definire un obiettivo di riflazione, cosa che espose l’espansione ad una correzione violenta, poi causa della megacrisi 2007-08. L’idea di Carney è di guidare le attese non con stimolazioni generiche e incontrollabili, ma fissando degli obiettivi non-monetari, una soglia precisa di disoccupazione da raggiungere quello principale, entro un pilotaggio dell’inflazione con limiti più ampi e flessibili, non prefissati, ma comunque sotto controllo. L’idea di Carney, per altro da anni sostenuta dagli economisti pragmatici, corrisponde a quella del rubricante di destabilizzare per ricostruire la fiducia, pur entro limiti di quantità e di tempo. Se tale metodo, invece di quello vincolato a limiti stringenti di inflazione, fosse stato usato nell’Eurozona, oggi saremmo, probabilmente, in una situazione di ripresa dei mercati interni, e non di recessione, e con un’inflazione attorno al 4%, riassorbibile dopo la ripresa. In conclusione, è vero che i governi dovrebbero fare di più e non far dipendere la ripresa dalla sola politica monetaria, ma irrompe sulla scena anche la nuova verità che le Banche centrali potrebbero fare molto di più. Da questa crisi, infatti, si esce solo con più inflazione pur controllata.

(c) 2012 Carlo Pelanda
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