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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2013-9-24

24/9/2013

L’America sta trasformandosi da stabilizzatore in destabilizzatore

Stratfor, un think tank statunitense con buona reputazione, ha lanciato un’ipotesi sorprendente: la Fed avrebbe rinviato l’annuncio di una politica monetaria più restrittiva per scopi geopolitici e non economici. Quel pensatoio chiede contributi analitici per approfondire l’eventuale scenario, questa rubrica così risponde. Eurozona e Cina sono nei guai e quindi l’impero americano in regressione ha l’opportunità di invertirla tagliando definitivamente le gambe ai competitori, Russia compresa, via ipersvalutazione del dollaro. Questa ridurrebbe l’export (e l’import) della Cina. l’Eurozona intrappolata nel cambio alto dell’euro, illusoriamente per non importare inflazione, cadrebbe in depressione. La Russia perderebbe mercato (energia). Tutti e tre i competitori, nonché Brasile ed India, verrebbero destabilizzati. Ma resterebbe l’America così stabile e forte dopo tale mossa? Improbabile, perché la perturbazione mondiale affosserebbe le Borse e getterebbe anche l’America nel caos. Potrebbe esserci una variante più raffinata della strategia. L’America è l’unica nazione al mondo che può permettersi di fare molta inflazione in quanto l’efficienza e la flessibilità del suo mercato interno permettono poi di ridurla rapidamente. Pertanto l’esportazione di inflazione è una possibile arma strategica per l’America: le nazioni emergenti salterebbero come birilli per rivolte popolari, l’Eurozona si difenderebbe con deflazioni eccessive che porterebbero masse impoverite a bruciarla, la Cina dovrebbe reagire trasferendo il dissenso popolare verso l’esterno con una politica estera aggressiva. Nazionalisti e militari sempre più attivi sotto la non completa leadership del pragmatico Xi Jinping spingerebbero verso un azzardo facilmente gestibile dall’America che ancora mantiene la superiorità strategica in caso di guerre simmetriche. Ma bisognerebbe fare tantissima inflazione per produrre tale effetto. Non è credibile che l’Amministrazione Obama elabori un piano così audace e rischioso e che la Fed si presti ad esserne strumento. Pur la burocrazia imperiale statunitense capace di concepire questo ed altro, è del tutto improbabile che sia in atto una strategia del genere. Come si spiega, allora, la sorpresa fatta dalla Fed? Non è stata, in realtà, “sorprendente”. La ripresa americana è più lenta ed accidentata del previsto. Gli operatori finanziari devono chiudere i conti annuali a novembre e chiedono alla Fed complicità per un rally borsistico autunnale. Bernanke se ne andrà a gennaio e ha rinviato il tapering anche perché non vuole rischiare di passare alla storia come chi ha creato una nuova depressone anticipando troppo la restrizione della liquidità in fase di ripresa. Nel 2005-06 fece già questo errore, poi perdonato per l’ottima gestione della crisi: vuole uscirne senza rischiare reputazione. Da un lato, non va dimenticata l’ipotesi geopolitica: se l’America ipersvaluta destabilizza il globo e tale effetto poi porterebbe il cambio e la forza del dollaro alle stelle attraendo tutto il capitale globale, rimettendo l’America stessa al centro del mondo. Dall’altro, è un opzione per un eventuale futuro presidente neo-imperiale e non una praticabile nel presente. Ma non si può escludere che l’opzione venga attivata per errore dovuto ad incertezze sempre più visibili nella governance politica e monetaria statunitense. In conclusione, l’ipotesi di Stratfor appare infondata, ma che l’America possa trasformarsi da potenza stabilizzante a destabilizzante è un rischio da tempo evidente e crescente.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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