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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2012-10-2

2/10/2012

Rafforzare la Borsa italiana come leva non-fiscale per invertire la deindustrializzazione

Pensiamo alla ripresa. Il caso migliore, al momento, è che la tendenza recessiva in Italia si attutisca verso la primavera e che possa invertirsi nell’autunno del 2013. Ma la ripresa sarà molto lenta, di fatto una stagnazione endemica a causa del perdurare di eccessivi pesi fiscali, ed altri, sul mercato. Per inciso, il governo stima una crescita miserrima del Pil poco sopra l’1% nel 2014, altri istituti peggio. In tale ambiente economico la deindustrializzazione non verrà invertita, pur rallentata, e continuerà. Questo scenario rende prioritaria la ricerca di una leva non-fiscale di crescita, in particolare del sistema industriale. Il gruppo di ricerca coordinato dal rubricante ha individuato come possibile ed efficace la soluzione di rafforzare gli strumenti di capitalizzazione-investimento delle aziende italiane internazionalizzate ed internazionalizzabili. La logica è quella di rinforzare chi è già forte o è vicino ad esserlo affinché aumenti l’effetto traino su chi è intrappolato nel mercato domestico in deflazione o è meno capace. Quanti? Quasi 2000 aziende piccole e medie, più circa 300 start-up, mostrano un significativo potenziale di crescita rapida e globale. Tale dato è stato una sorpresa in relazione alle analisi standard che indicano un numero molto minore di aziende “alfa”, cioè globocapaci. Il dato è stato ricavato dall’analisi secondaria dei dossier preparati da queste imprese per richiedere interventi di capitale nel loro azionariato a causa del minor accesso al credito, dal 2009 in poi. La crisi ha fatto emergere dati aziendali che le analisi normali non registrano nonché la disponibilità delle imprese a conduzione famigliare di aprire l’azionariato ad investitori esterni, e quindi alla managerializzazione evoluta dell’azienda, questa una grande novità. Come dare alle imprese e start-up “alfa” i soldi e le competenze per svilupparsi più velocemente? Rielaborando gli snodi del ciclo di capitale specifico a partire dal rendere più accessibile la loro quotazione in Borsa. Ciò faciliterebbe, per ampliamento della platea di compratori, l’intervento dei fondi di Private Equity in fase di pre-quotazione. Questi fondi imprenditori, tipicamente, immettono competenze e capitale nelle imprese con lo scopo di farle crescere molto ed in poco tempo (3 o 4 anni) per remunerare, rivendendole, i loro investitori con buoni multipli (2 o 3 volte l’investimento iniziale). I soldi? In Italia ce ne sono pochi, ma molti fondi di investimento globali vedono le imprese italiane “alfa” come grandi opportunità di profitto proprio perché piccole entità competitive capaci di ingrandirsi rapidamente. Se i fondi italiani riuscissero a mostrare a quelli stranieri la possibilità di uscita dall’investimento via Borsa, allora più denaro fluirebbe dal mondo per finanziare i “fondi imprenditori” italiani e, via loro, le imprese migliori per potenziale. Non solo, lo sbocco in Borsa incentiverebbe anche le piccole imprese ad emettere obbligazioni convertibili in azioni, per rifornirsi di capitale a basso costo, ed il mercato a comprarle. La rubrica raccomanda a Borsa italiana, posseduta da quella di Londra, di predisporre un progetto di ampliamento delle quotazioni in collaborazione con la piazza inglese e di creare una piattaforma di scambio per obbligazioni aziendali. Ma è la Consob, il regolatore, la chiave della svolta: ridurre i costi di quotazione, semplificare le procedure di reporting e di relazione tra imprese ed investitori, nonché di quotazione con veicoli SPAC, pur garantendo la massima trasparenza che è fattore sistemico di competitività, ed incentivare la formazione di mercati azionari ed obbligazionari secondari.

(c) 2012 Carlo Pelanda
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