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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2013-7-16

16/7/2013

Come ridurre il rischio di crisi del credito che è imminente

Il sistema bancario italiano sta subendo l’ondata di insolvenze dovute alla recessione prolungata. Banca d’Italia, correttamente, pretende che le banche coprano con capitale di garanzia le perdite potenziali e vuole che le banche siano sempre più capaci di individuare in anticipo i prestiti a rischio. Pertanto c’è un pericolo imminente di una restrizione ancora più pesante del credito in quanto molto capitale verrà usato per accantonamenti, a scapito degli impieghi, e le banche saranno prudentissime e selettive nelle nuove erogazioni. Nei mesi scorsi parecchi istituti di piccole e medie dimensioni stavano preparando bilanci in utile, ma dopo le ispezioni di Banca d’Italia hanno dovuto, per lo più, metterli in perdita perché è stata rilevata la necessità di maggiori accantonamenti a copertura dei rischi. Non poche di queste banche ora dovrebbero ricapitalizzarsi. In generale, o Banca d’Italia ammorbidisce i criteri prudenziali oppure quasi tutto il sistema bancario dovrà essere ricapitalizzato. Che Banca d’Italia molli è impensabile. Anche perché qualora la vigilanza passasse alla Bce, come è previsto nei programmi, pur osteggiati dalla Germania, l’Istituto di Francoforte vorrebbe iniziare tale lavoro con banche a posto. Anzi, c’è perfino eventualità che in tale scenario si pretenda dalla banche più capitale di riserva di quello ora previsto, cioè un’anticipazione degli standard di Basilea 3 sul lato bancario. Quindi anche le banche che ora sembrano a posto dovrebbero essere ricapitalizzate, chi più chi meno, ma con azionisti indisponibili a farlo. Se questo problemi non verrà risolto, allora i primi segnali di ripresa che qua e la si vedono in Italia verranno spenti dalla mancanza di credito. Da un lato, c’è un movimento per sostituire il finanziamento delle imprese con strumenti non-bancari. Dall’altro, ci vorranno anni per rendere sistemica tale sostituzione. Il problema è nei prossimi mesi e quindi va trovata subito una soluzione per le banche. La rubrica suggerisce il seguente menù: (a) invece di costringere banche e piccole medie ad una ricapitalizzazione impossibile o molto difficoltosa, si dovrebbe incentivare la fusione tra queste con una ristrutturazione dei nuovi complessi industriali che ne riduca i costi ed aumenti i margini, cosa che invece di investitori ne troverebbe; (b) per evitare la restrizione del credito bisognerebbe espandere la dotazione dell’attuale Fondo di garanzia allo scopo di erogare garanzie creditizie terze, tipo confidi, ad un numero più ampio di imprese; (c) per trasformare gli immobili (a reddito) posseduti sia da imprese sia da banche in liquidità bisognerebbe facilitarne la cartolarizzazione ed il conferimento a fondi immobiliari con norme di fluidificazione; (e) andrebbe anche facilitata la cessione dei crediti bancari a diversi livello di rischio in grandi pacchetti a fondi specializzati, con meccanismi che permettano alle banche di trasferire il rischio a costi ragionevoli, cioè inferiori al capitale accantonato per coprire i rischi stessi, cosa possibile solo con sofisticati meccanismi di assicurazione “a catena” per il fondo acquirente. La rubrica osserva con soddisfazione che quest’ultima soluzione, la più potente, sta per essere offerta anche sul mercato italiano da arranger anglofoni. Ma tutto il menù qui abbozzato, e forse di più, sarà necessario per minimizzare il rischio di crisi bancaria e/o del credito. L’alternativa è tirar fuori circa 60 miliardi, che nessuno ha, per ricapitalizzare il sistema.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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