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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2013-7-2

2/7/2013

C’è un grave difetto da sanare velocemente nell’unione bancaria europea

L’Unione bancaria europea – vigilanza e garanzie uniche per gli istituti dell’area monetaria - è un passo necessario per dare consistenza all’Eurozona. Importante per l’Italia perché quando sarà a regime vi sarà una separazione tra affidabilità del debito sovrano e quella delle banche residenti nella nazione con beneficio delle seconde e del credito. Anche molto rilevante sarà un’altra conseguenza: dovrebbe, in teoria, ridursi il rischio di controparte a danno delle banche euro-meridionali e ciò comporterà un minor costo della raccolta e quindi del credito, in Italia da quattro anni pesantemente de-competitivo per le aziende. Tutto bene, quindi? Quasi. C’è un’incompletezza che potrebbe non produrre i buoni effetti attesi dall’unione: gli stati non agiranno più come prestatori illimitati di ultima istanza nel caso una banca vada in crisi. In apparenza tale incompletezza non ci sarebbe perché gli euro governi hanno affidato al “Meccanismo europeo di stabilità” (un fondo caricato con eurosoldi pubblici, ma che può fare raccolta sui mercati, a leva) tale missione di garante. Ma in realtà vuol dire che gli stati non sono più i garanti finali ed illimitati di eventuali crack bancari. Per casi singoli non è un grande problema perché è probabile che il Mes i soldi da tirar fuori li trovi. Ma oggi, e sempre di più domani, le crisi bancarie tendono ad essere conseguenza di trombi nel sovra-sistema finanziario globale che le butta giù come birilli, richiedendo centinaia di miliardi se non trilioni di copertura. Pertanto a fronte di crisi multiple che mantengono una certa probabilità (incomprimibile) di accadere periodicamente, se non ci sono gli stati a fare da garanti totalitari, allora il sistema bancario è senza garanzia. Da un lato, è prevedibile che in tali evenienze di macrocrisi sistemica interverrà la Bce in convergenza con le sorelle del G7. Dall’altro, una Banca centrale ha limiti e quella europea ne ha di aggiuntivi in quanto la sua indipendenza è minata dalla volontà tedesca di non farla agire con metodi inflazionistici. In sintesi, se gli stati si disingaggiano dall’obbligo, pur non formalizzato, di salvare le banche dovunque e comunque e senza limiti, allora una banca nel regime dell’unione bancaria europea è meno affidabile. Anche per la formula ambigua e complicata adottata in merito a chi deve pagare cosa, dove spicca la garanzia totale solo per depositi fino a 100 mila euro. Sarebbe esagerato ed ingiusto sostenere che alla fine i prestatori di ultima istanza saranno i depositanti, come successo a Cipro, ma va segnalata una pericolosa ambiguità in materia. Cosa è successo? Gli stati non vogliono più garantire le banche con la loro capacità di indebitarsi e per questo hanno elaborato un diverso sistema di garanzia che implica assunzioni diffuse di rischio e non più concentrate negli stati stessi. Comprensibile, sicuramente i bigotti finanziari saranno contenti, ma tutti questi signori dimenticano che siamo in epoca di “moneta fiduciaria” dove l’ancoraggio base delle fiducia è che ci sia uno stato come garante totale di ultima istanza. Se non c’è più questo la fiducia è impossibile e la moneta diventa carta straccia. Pertanto l’unione finanziaria va completata ricostruendo la garanzia di ultima istanza. Quando, infatti, gli attori di mercato si accorgeranno che una banca europea non gode di garanzie totali, c’è il rischio che disertino l’euro o pretendano un premio di rischio aggiuntivo per le operazioni, inficiando così l’effetto perseguito dalla pur ottima idea di unione bancaria.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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