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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2012-8-28

28/8/2012

Solo la repubblica presidenziale permetterà la governabilità necessaria per aggiustare l’Italia

Probabilmente saranno parole inutili, ma qualcuno deve dirle nella settimana in cui sta maturando la nuova legge elettorale: l’Italia ha la necessità assoluta di trasformarsi in repubblica presidenziale caratterizzata dall’elezione diretta del potere esecutivo. Solo con questa formula un governo avrà la forza per gestire difficili ed irrimandabili cambiamenti interni. Non esiste la minima possibilità che un governo di tipo parlamentare, il modello corrente, possa farcela. Già l’Italia, infatti, è in una situazione di repubblica presidenziale di fatto. In un momento di fabbisogno di decisioni esecutive forti e nette l’Italia ha dovuto ricorrere allo “stato d’eccezione”, cioè sospendere la democrazia, per tentare di ottenerle, sintomo che il modello ordinario dei poteri esecutivi è inadeguato. La legge elettorale allo studio dei partiti non riuscirà ad assicurare la governabilità, qualsiasi variante scelga. L’eventuale premio di maggioranza, per esempio, sarà annullato dall’instabilità intrinseca delle coalizioni. Questo problema mina da decenni i governi di destra e sinistra. Il punto: nel prossimo futuro sarà aggravato dal fatto che le decisioni da prendere per riorganizzare la nazione comporteranno un aumento dei dissensi che si trasferiranno su qualsiasi maggioranza, stressandola. L’unica soluzione è quella di separare nettamente potere esecutivo e legislativo. In una repubblica presidenziale, infatti, il conflitto tra esecutivo e Parlamento può essere regolato da procedure ed evitare che si trasformi in blocco o annacquamento delle decisioni e loro applicazioni. Mentre il conflitto entro una maggioranza che regge, via fiducia, un governo parlamentare blocca e spacca tutto. Quindi, per fini di governabilità in condizioni di turbolenza, sarebbe razionale trasferire i conflitti dal Parlamento alla relazione tra Parlamento e un presidente eletto. La governabilità, in particolare, è un fattore essenziale di credibilità del debito: se il mercato si convince che in caso di problemi l’Italia avrà le leve per fare operazioni d’emergenza, siano esse una patrimoniale o un taglio di 100 miliardi alla spesa pubblica, allora assegnerà un minor rischio di insolvenza al debito stesso, riducendone così i costi di rifinanziamento. La rubrica è certa, anche perché ha avuto modo di discuterne con parecchi attori del mercato, che la sola trasformazione dell’Italia in repubblica presidenziale avrebbe un forte effetto rassicurante. E toglierebbe rilievo ai dubbi da parte su chi guiderà l’Italia dopo il febbraio 2013: destra o sinistra, ci sarà comunque un governo con la piena facoltà di decidere. Questo punto i partiti devono considerarlo con molta attenzione. Pd e Pdl, poi, dovrebbero capire che l’elezione diretta dell’esecutivo implica il bipartitismo e quindi un vantaggio per i due partiti maggiori e “magnete” della destra e della sinistra. La rubrica raccomanda ad ambedue di forzare congiuntamente l’approvazione della repubblica presidenziale nell’attuale Parlamento in cui hanno i numeri per farlo. Il Pdl ha già fatto approvare il presidenzialismo in Senato. Il Pd lo blocca alla Camera, stranamente irridendolo. Forse dovrebbe valutare uno scenario ad elevata probabilità: la nuova maggioranza che vincerà le elezioni del 2013 fallirà dopo poco tempo e sarà inevitabile che un movimento discontinuista rifondi la repubblica, spazzando via tutto il politicume che ha causato il disastro. Se non volete sbloccare il presidenzialismo in nome dell’interesse nazionale, almeno fatelo per salvarvi il culo.

(c) 2012 Carlo Pelanda
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