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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2013-3-5

5/3/2013

Il problema non è Grillo ma soddisfare i popoli di sinistra e destra con un compromesso intelligente

Grillo è irrilevante. Ha raggiunto solo il 25% dei voti, facilmente ingabbiabile. Ciò è successo perché la sua offerta politica era solo “contro” e non “sostitutiva”. Se lo fosse stata, in una situazione di forte impoverimento e delegittimazione dell’establishment, avrebbe avuto la maggioranza assoluta. In situazioni del genere, in base alla storia, la maggiore probabilità è che emergano movimenti nazionalsocialisti o millenaristi maggioritari e violenti. A fine 2012, infatti, c’erano le condizioni potenziali per un movimento nazionale di sostituzione totale e quelle per una vittoria di un partito indipendentista in Veneto. Da un lato, la legge elettorale antidemocratica, nonché l’anticipo delle elezioni, ha impedito l’organizzazione di nuove offerte. Dall’altro, Grillo che era già organizzato ha potuto intercettare la protesta, ma per sua pochezza deviandola verso l’irrilevanza. Per un caso fortuito l’Italia ha evitato una fluttuazione del consenso che poteva cristallizzarsi in formazioni ben più pericolose. Va segnalato che la scelta di Bersani di tenere entro il perimetro del centrosinistra CGIL e SEL ha impedito la formazione di una sinistra estrema con consenso superiore a quella moderata. Così come la scelta di Berlusconi di ingaggiarsi ha tolto spazio ad una destra irrazionale. Ma lo spazio di insoddisfatti lasciato da questi soggetti erosi poteva essere più ampio ed è stato limitato dalla natura solo “contro” dell’offerta grillina. La fortuna, tuttavia, potrebbe non durare ed invertirsi a causa di analisi incomplete. Queste mostrano che Grillo ha preso più voti dall’area di sinistra facendo intendere che M5S è una variante della sinistra stessa. Ma in realtà la differenza tra il 15%, circa, basato sul voto derivato da sinistra e giovanile, ed il 25% è stata data dal ceto produttivo, per esempio gli artigiani e commercianti veneti e lombardi in massa. Ed è su questo lato che il post-grillismo potrebbe evolvere verso una formazione sostitutiva destabilizzante, non certo su quello di sinistra. Per esempio, Maroni potrebbe far confluire le tasse in fondi regionali e poi negoziare con Roma se darli o meno, così generando un’azione veramente rivoluzionaria a consenso maggioritario nel nord. Ciò porterebbe ad un conflitto tra istituzioni, questa roba seria. Quindi la fluttuazione più rilevante che va riportata entro la razionalità, ai fini della stabilità nazionale, è quella del ceto produttivo esasperato e non certo quella della sinistra protestataria, ribellista, con minoranze sedotte dalla lotta armata, ma non veramente rivoluzionaria. Tale missione deve essere svolta per forza maggiore da una colazione PD-Pdl-Monti per ingabbiare in minoranza Grillo, ma è evidente che Bersani ha una difficoltà enorme a farlo: per servire l’obiettivo di stabilità nazionale bisogna soddisfare il ceto produttivo e ciò potrebbe spaccare la sinistra. La rubrica non lo irride perché il problema è reale. Ma lo prega di cercare soluzioni non verso Grillo: il problema e la soluzione non sono lì, ma nella relazione con la destra. E segnala alla destra stessa che deve fare di più per tirare fuori dai guai Bersani, offrendogli una via praticabile, anche perché non ha saputo tenere nel perimetro almeno la metà degli artigiani, commercianti, imprenditori e professionisti che chiedevano soluzioni. E questi hanno grillato o non votato, finora, ma è gente capace e pronta alla guerra ed all’autogoverno. In conclusione, bisognerà dare tutele al popolo della sinistra e meno tasse a quello produttivo, combinando le due cose in un compromesso. DC e PCI seppero farlo. Voi?

(c) 2013 Carlo Pelanda
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