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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2012-5-8

8/5/2012

O la Germania accetta di uscire dalla crisi via inflazione o l’euro salta

Negli scenari degli istituti finanziari internazionali aumenta la probabilità di dissoluzione dell’euro, un paio la danno per certa entro 5 anni. Il rubricante ne ha studiati alcuni, inviati al suo think tank per valutazioni integrative, ed ha rilevato un difetto d’analisi. Gli scenari colgono bene i difetti strutturali del sistema: (a) la moneta unica senza una funzione di governo economico unitario dell’Eurozona non ha la capacità di bilanciare gli squilibri interni; (b) la mancanza di un garante europeo di ultima istanza rende i debiti delle euronazioni denominati di fatto in moneta straniera, rendendoli intrinsecamente vulnerabili; (c) il modello per cui ogni nazione debba rispettare standard di ordine economico, indipendentemente dalla sua situazione specifica, crea per molte situazioni depressive che, per rigidità di bilancio e di cambio imposta dall’esterno, non possono invertire da sole; (d) per questo l’assenza di un riequilibratore sistemico le affossa, rendendo destabilizzante l’architettura dell’euro. Gli scenari, poi, rilevano che la Germania si oppone alle riparazioni dell’euroedificio perché mai l’elettorato tedesco darebbe il consenso a mutamenti che comportino rischi di inflazione, di maggiori costi contributivi e cessioni di sovranità. Da questo dato derivano la probabilità prevalente della dissoluzione dell’euro. Ma non considerano che in questa eventualità la Germania sarebbe massacrata dal ritorno della competitività valutaria intraeuropea e che verrebbe imputata ed isolata. Con piacere dell’America, che vedrebbe cadere l’alleato europeo della nemica Cina, e della Russia che potrebbe meglio ricattare una Germania indebolita nonché riprendere l’influenza sui Balcani, come sta già tentando in Grecia, in una Ue in frammentazione. Quindi è alta, pur ridotta da una storia di reiterati errori di “imbecillità (geo)politica”, la probabilità che Berlino cerchi di tenere l’euro e la Ue in piedi. Non vorrà praticare la soluzione confederale, ma resta un’opzione salvifica che non la implica: modificare lo statuto della Bce dandole sia la missione di stimolazione della crescita sia quella di prestatore illimitato di ultima istanza anche agli Stati. La prima faciliterebbe la svalutazione competitiva dell’euro, così spingendo la crescita via export delle economie deboli. La seconda chiuderebbe la crisi dei debiti perché la Bce ne comprerebbe i titoli. E ciò salverebbe anche le banche indebolite dall’avere in bilancio troppi titoli di debito a rischio di svalutazione. Senza più la pressione ed i costi della crisi debitoria, chiusa la crisi bancaria e con più crescita stimolata via cambio l’Eurozona potrà restare in piedi anche senza confederalizzazione della politica economica. Tale modalità di riequilibrio comporterebbe un rischio di inflazione, ma controllabile. La Germania dovrà accettarlo perché male minore, pur con riluttanza, richieste di cosmesi e ad un centimetro dal baratro. Quindi la probabilità prevalente è che l’euro resisterà. Ma per aumentarla la Germania va pressata dalle altre euronazioni. La rubrica ripete: Roma non deve cadere nella tentazione di convergere con Berlino, leccandola, per entrare nel direttorio europeo, ma incalzarla affinché accetti questa o simile soluzione di uscita della crisi via un po’di inflazione.

(c) 2012 Carlo Pelanda
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