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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2012-4-3

3/4/2012

Condono fiscale e presidenzialismo sono le migliori misure antirecessive

La rubrica sta rilevando la maggiore probabilità di una caduta del Pil del 3% nel 2012, senza poter escludere una scivolata peggiore oltre un catastrofico 4%, ma anche un contenimento attorno ad un innocuo 1%. Lo scenario è ancora condizionabile da scelte politiche. Quali sarebbero meglio antirecessive? La parte più internazionalizzata del sistema industriale mantiene i fatturati o li vede in crescita, tutto il resto è stagnante o in calo. La possibilità di fare più crescita via export per bilanciare la decrescita del mercato interno è piuttosto ridotta nel 2012. La domanda globale è in calo di circa l’1%. La svalutazione competitiva dell’euro, che darebbe grande impulso alle esportazioni ed all’attrazione di turismo extraeuropeo, è improbabile per opposizione dell’idealismo monetario tedesco. La ripresa americana è robusta, ma drogata dalla priorità elettorale di Obama, con il criticabile sostegno della Fed per pompare le Borse, e quindi fragile ed instabile. L’America riprenderà a tirare comunque, ma non così presto ed a sufficienza per avere effetti significativi sull’export italiano prima di metà 2013. Il credito resterà ristretto per mesi prima che le banche tornino, lentamente, ad erogare quei 200 miliardi in più che servirebbero al sistema, e che ora mancano, pur tale cifra già resa disponibile dalla Bce. Il governo sembra puntare al solo obiettivo di pareggiare il bilancio via aumento abnorme delle tasse, rinunciando sia a fare operazioni significative patrimonio contro debito – questa vera misura salva Italia – sia a tagliare la spesa. Ma proprio questa strategia tassista sposta le probabilità di caduta del Pil verso il caso peggiore. La rubrica, considerando i limiti del governo e le condizioni negative di contesto, ha individuato due azioni probabilmente efficaci. La prima è un condono fiscale oneroso che porterebbe 60 miliardi di euro immediati di extragettito. L’estrazione di denari evasi dal 2007 in poi, infatti, sta avvenendo con lentezza, per la complessità dei controlli, dando un po’ più di 10 miliardi annui. Sarebbe più remunerativo chiudere la questione subito. La sanatoria avrebbe anche il beneficio di chiudere la stagione del contratto fiscale ambiguo, per altro riconfermato nelle elezioni del 2008 e quindi vigente, che da decenni ha permesso di fatto l’evasione, creando una categoria di cittadini legalmente colpevoli, ma sostanzialmente non imputabili. Invece di demonizzarli, sarebbe più produttivo dare loro un confine netto tra passato e futuro, pretendendo in cambio, oltre che cassa, anche piena trasparenza. In tal modo sarebbe più consensuale e fattibile portare circa 5 milioni di evasori a saturare i quasi 100 miliardi di gettito potenziale ora mancante. Ma impostando un nuovo contratto fiscale, oggetto di conferma nelle elezioni del 2013, che prometta credibilmente di tagliare spesa e tasse in un decennio di almeno 200 miliardi. Tale doppia azione fiscale porterebbe cassa, consenso e fiducia, subito. Ma la fiducia avrebbe bisogno di un gancio più solido e duraturo che la regga. Questo non potrà essere altro che un accordo costituzionale dei partiti che porti alla repubblica presidenziale, cioè all’elezione diretta del potere esecutivo separata da quella del legislativo. Sia all’interno sia all’esterno c’è attesa di un segnale che qualcuno in Italia avrà un potere vero, pur democraticamente bilanciato, di attuare le cose promesse e votate. I leader dei partiti che hanno abbozzato una riforma elettorale proporzionale si rendano conto che hanno lanciato il peggior segnale di sfiducia per il futuro dell’Italia. Facciano pure il proporzionale, ma insieme al presidenzialismo. E vedranno che il Pil salirà.

(c) 2012 Carlo Pelanda
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