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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2013-1-22

22/1/2013

Roma è chiave per impedire la formazione del califfato nell’Africa settentrionale e oltre

La rubrica raccomanda al governo italiano l’ingaggio immediato e determinato a sostegno dell’intervento francese in Mali (richiesto dal governo maliano entro un ombrello Onu di legittimità) contro l’offensiva islamista. E’ a rischio, infatti, un interesse vitale, e non secondario, dell’Italia. Il progetto islamista non si limita al Mali, ma persegue il rovesciamento del regime laico in Algeria e di quello islamico-moderato del Marocco per creare un califfato sunnita in tutta l’Africa settentrionale, esteso verso quella equatoriale, per esempio Somalia, Yemen, ecc., a est, Nigeria ad ovest e consolidato, a nord, attraverso un più netto dominio islamista in Libia, Egitto e Tunisia. Alcuni think tank sostengono che tale esito sarà inevitabile, anche perché l’Amministrazione Obama non ha, al momento, una volontà forte di contrastarlo, e che quindi all’occidente depotenziato convenga non interferire per trovare accordi con il futuro califfo. Altri sostengono la variante di costruire un “muro” per isolare e condizionare dall’esterno il califfato, senza tentare di impedirlo. In ambedue le ipotesi l’Italia perderebbe sia il mercato mediterraneo, perché endemicamente instabile, sia le fonti di rifornimento energetico. Inoltre, si troverebbe nella prima linea di frizione con il califfato esponendosi ad enormi (e costosi) problemi di sicurezza. Comunque il muro di contenimento non terrebbe. A est i sauditi sarebbero condizionati dal califfato e dovrebbero accettare patti condizionanti (forse già abbozzati); l’Iran sciita non avrebbe la forza di contenere l’ulteriore espansione del califfato sunnita – come si sta notando in Siria - alla ricerca del collegamento territoriale con il Pakistan e l’Asia centrale, motivo per cui parecchi analisti occidentali (e russi) stanno valutando l’opzione di lasciare che Tehran sviluppi un deterrente nucleare sciita che limiti l’espansione sunnita-jihadista. A sud il Sudafrica potrebbe rallentare l’espansione islamica, rinforzando le nazioni sub-sahariane, ma non ad impedirla, anche perché l’altro nuovo dominatore dell’Africa, la Cina, troverebbe certamente più conveniente accordarsi con gli jihadisti. A nord il muro sarebbe assediato perché la formazione del califfato darebbe nuovo impulso allo scenario Eurabia. Il limite dell’oceano a ovest sarebbe illusorio perché la scala del califfato sarebbe tale da impedire dissuasioni da parte dell’America, cosa che Obama sottovaluta. Diversamente dall’interventismo irriflessivo di Sarkozy in Libia, questa volta Parigi ha agito bene ed è avanguardia degli interessi di tutto l’occidente, in particolare dell’Italia. Per questo Roma deve ingaggiarsi. Anche perché le risorse europee, con l’ombrello americano di superiorità aerea, sono più che sufficienti, in questa fase, per sconfiggere gli jihadisti, se integrate e gestite con una conduzione della guerra più “smart”: (a) decapitazione dei gruppi jihadisti guerriglieri; (b) poche truppe sul terreno per evitare l’eccitazione e compattazione islamista contro i “profanatori”, ma molte operazioni coperte e travestite; (c) azioni per dividere i gruppi islamisti; (d) rafforzamento delle relazioni diplomatiche con i regimi islamici normali. Roma è molto capace per questo tipo di guerra a bassa intensità ed alta diplomazia. Il suo ingaggio più marcato trasformerebbe una questione ora vista come “francese” in una europea e Nato, costringendo sia America sia Germania ad impegnarsi di più. Per questo Roma è chiave, i suoi politici siano all’altezza.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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