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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2012-12-4

4/12/2012

Gli accordi bilaterali di libero scambio in corso sono precursori di un mercato globale delle democrazie

La rubrica segnala la rilevanza prospettica dell’avvio di negoziati per accordi di libero scambio tra Ue e Giappone e della continuazione delle trattative per l’integrazione economica tra Ue stessa e Stati Uniti. Dal 1993, in tante pubblicazioni, il rubricante invoca la formazione di un mercato comune mondiale delle democrazie (Free Community) per consolidare il libero mercato internazionale ed i processi di globalizzazione, bilanciandoli tra nazioni e tra classi sociali al loro interno. Gli accordi sopra citati, ed altri in corso, vanno visti come l’inizio di una tendenza verso tale scenario. Nei primi anni ’90 fu chiaro che l’America era ormai troppo piccola per reggere ed espandere il libero mercato internazionale che aveva creato durante la Guerra fredda. C’era, quindi, il problema di individuare un successore all’Impero statunitense. E questo non poteva, né può, essere altro che un’alleanza politica ed economica ad integrazione crescente tra democrazie. Nel 1996 il rubricante presentò questa idea a Tokyo, in un seminario dello Yomiuri Shinbun, alle èlite industriali nipponiche che si ponevano il problema se cedere alla Cina o restare agganciati all’occidente. L’idea piacque, ma i fatti non seguirono, lasciando il Giappone in bilico tra le due opzioni. Nel gennaio 2007 la Ue propose un’integrazione economica euroamericana, ma l’Amministrazione Bush restò fredda. Nel 2008 la campagna McCain incluse parte del progetto del rubricante nel programma “Lega delle democrazie”, ma perse. In generale, il pensiero geopolitico statunitense, sia a destra sia a sinistra, non riusciva a concepire scenari dove l’America sarebbe stata parte di un’alleanza e non più un centro imperiale con potere di signoraggio unilaterale. Ciò ha tardato la trasformazione dell’idea di Free Community in progetto politico. Un altro fattore ritardante è stata l’irruzione del multilateralismo generico sulla scena internazionale. Per esempio, l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) si basa sull’idea che tutti debbano mettersi d’accordo con tutti senza un criterio selettivo preciso. Così come il G20 pretende di amministrare il pianeta senza una maggioranza ben definita. Irrealismi. Ma proprio il fallimento di Wto e G20 costringe ora le nazioni a fare accordi bilaterali di libero scambio per mantenere aperto il mercato globale ed evitare protezionismi. La Free Community si sta formando non in base ad un disegno, ma come risposta ad una necessità ed al fallimento del metodo multilaterale generico. Il multilateralismo, infatti, può funzionare solo entro un’organizzazione con criteri selettivi. Cioè le nazioni convergono se con modelli simili, in questo caso quello democratico. Il rubricante ha discusso con tanti colleghi se fosse il caso di codificarlo come criterio selettivo del “multilateralismo convergente” per costruire la Free Community. Ma non serve forzare. La buona notizia, infatti, è che la realtà la sta disegnando spontaneamente: America ed Europa dovranno per forza integrarsi, il Giappone con loro, ecc. E poiché sono democrazie dovranno trasferire i criteri del capitalismo democratico negli accordi. Quando si formerà un reticolo di accordi bilaterali ci sarà la necessità di istituzionalizzarli in forma sistemica. Un mercato così ampio delle democrazie costringerà nazioni semidemocratiche (Russia) e autoritarie (Cina) ad adeguarsi per accedere all’area. In sintesi, l’Impero occidentale continuerà e ciò fa prevedere, per l’affermarsi di una globalizzazione bilanciata ed ordinata, la continuità della ricchezza crescente nel pianeta. Fiducia.

(c) 2012 Carlo Pelanda
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