euronazioni un calendario stringente di riduzione del debito per riportarlo entro la soglia del 60% del Pil. Il concetto originario, imposto dalla Germania, prevedeva il rientro di un ventesimo all’anno del debito. Per l’Italia con debito sui 2 trilioni ciò significherebbe abbattere aliquote di circa 45 miliardi ogni anno per un ventennio. In fase negoziale l’articolo è stato ammorbidito, ma la sua sostanza resta nella bozza e ciò accende uno scenario depressivo totale per l’Italia. Il punto: se le nazioni accettano l’obbligo, con legge costituzionale, al pareggio di bilancio, allora non è più necessario calendarizzare in tempi accelerati e rigidamente un abbattimento del debito che causerebbe un eccesso di deflazione. Il segnale che il debito non aumenterà, infatti, è sufficiente per riqualificarlo sul piano dell’affidabilità e calmierare il costo di rifinanziamento. Ovviamente bisogna riportare il debito sotto la soglia di sostenibilità per sortire tale effetto. Ma questa è una variabile e non un numero fisso. Non c’è studio che giustifichi il 60% del Pil come soglia di sostenibilità. Inoltre non ha senso fissare un calendario e percentuali rigidi perché: (a) una volta stabilito il vincolo a non aumentare il debito, il suo volume sarà ridotto ogni anno dall’inflazione, creando un’attesa di esaurimento prospettico che potrà essere scontata nel presente; (b) un’accelerazione del tempo di riduzione sarà ottenibile via incremento del saggio di crescita, cosa che rende contraddittorio il comprimerlo con eccessi restrittivi; (c) alla fine sarà il mercato, e non una burocrazia, fissando un premio di rischio per comprare titoli nelle aste di rifinanziamento, a segnalare la soglia percepita e contingente di sostenibilità. Quindi una nazione deve essere lasciata libera di aggiustarsi alle condizioni di mercato, trovando in ogni contingenza un giusto compromesso tra de-debitazione e stimolazione della crescita. Per esempio, l’Italia ha la possibilità di abbattere ben 800 miliardi di debito via finanziarizzazione sintetica del patrimonio disponibile ed alienazione progressiva di suoi parziali. In quanto tempo? In quello che servirà per fare le cose bene. Se Monti rinuncia a questa flessibilità sovrana segnalerà che non ritiene credibile che un governo italiano potrà fare nel futuro operazioni patrimonio contro debito ed aumentare la crescita calibrandola con il rigore, preferendo per questo cedere la sovranità gestionale all’Europa, formalmente, ma di fatto alla Germania. Sarebbe un eccesso di cedimento che scatenerebbe l’imputazione popolare dell’impoverimento alla Germania, con qualche ragione, ed una reazione nazionalista. Meglio evitare.  Inoltre, l’argomento che cedere sovranità alla Germania sia una condizione per ottenere da Berlino una europeizzazione delle garanzie è superato. Il Fondo salvastati non servirà perché è troppo limitato. Gli eurobond, una volta stabilito l’obbligo al pareggio di bilancio per le euronazioni, sono superflui. Poi non c’è più bisogno del permesso di Berlino/Bundesbank per far agire la Bce come prestatore illimitato, pur indiretto, agli Stati in quanto si è visto recentemente che può farlo comunque, nella sua indipendenza e con lo statuto attuale, per la relazione diretta tra crisi bancaria e del debito. Per questi motivi sarebbe incomprensibile una firma dell’Italia su quell’articolo, mentre il resto del trattato è digeribile. L’articolo va cancellato con l’argomentazione tecnica che il pareggio di bilancio sostituisce la necessità di un calendario rigido ed accelerato di riduzione del debito. Se Berlino non lo accetta, non si firma il trattato. Cadrà il cielo? Al contrario, è più probabile che un no all’imbecillità della Germania faccia esplodere l’ottimismo, nel mondo, e salvi l’idea di Europa.          

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Il Foglio

2012-1-31

31/1/2012

Bisogna rinegoziare il trattato Fiscal Compact per evitare il suicidio di Italia ed Europa

La rubrica invita Monti a non firmare l’articolo del trattato “Fiscal Compact” in cui si impone alle euronazioni un calendario stringente di riduzione del debito per riportarlo entro la soglia del 60% del Pil. Il concetto originario, imposto dalla Germania, prevedeva il rientro di un ventesimo all’anno del debito. Per l’Italia con debito sui 2 trilioni ciò significherebbe abbattere aliquote di circa 45 miliardi ogni anno per un ventennio. In fase negoziale l’articolo è stato ammorbidito, ma la sua sostanza resta nella bozza e ciò accende uno scenario depressivo totale per l’Italia. Il punto: se le nazioni accettano l’obbligo, con legge costituzionale, al pareggio di bilancio, allora non è più necessario calendarizzare in tempi accelerati e rigidamente un abbattimento del debito che causerebbe un eccesso di deflazione. Il segnale che il debito non aumenterà, infatti, è sufficiente per riqualificarlo sul piano dell’affidabilità e calmierare il costo di rifinanziamento. Ovviamente bisogna riportare il debito sotto la soglia di sostenibilità per sortire tale effetto. Ma questa è una variabile e non un numero fisso. Non c’è studio che giustifichi il 60% del Pil come soglia di sostenibilità. Inoltre non ha senso fissare un calendario e percentuali rigidi perché: (a) una volta stabilito il vincolo a non aumentare il debito, il suo volume sarà ridotto ogni anno dall’inflazione, creando un’attesa di esaurimento prospettico che potrà essere scontata nel presente; (b) un’accelerazione del tempo di riduzione sarà ottenibile via incremento del saggio di crescita, cosa che rende contraddittorio il comprimerlo con eccessi restrittivi; (c) alla fine sarà il mercato, e non una burocrazia, fissando un premio di rischio per comprare titoli nelle aste di rifinanziamento, a segnalare la soglia percepita e contingente di sostenibilità. Quindi una nazione deve essere lasciata libera di aggiustarsi alle condizioni di mercato, trovando in ogni contingenza un giusto compromesso tra de-debitazione e stimolazione della crescita. Per esempio, l’Italia ha la possibilità di abbattere ben 800 miliardi di debito via finanziarizzazione sintetica del patrimonio disponibile ed alienazione progressiva di suoi parziali. In quanto tempo? In quello che servirà per fare le cose bene. Se Monti rinuncia a questa flessibilità sovrana segnalerà che non ritiene credibile che un governo italiano potrà fare nel futuro operazioni patrimonio contro debito ed aumentare la crescita calibrandola con il rigore, preferendo per questo cedere la sovranità gestionale all’Europa, formalmente, ma di fatto alla Germania. Sarebbe un eccesso di cedimento che scatenerebbe l’imputazione popolare dell’impoverimento alla Germania, con qualche ragione, ed una reazione nazionalista. Meglio evitare.  Inoltre, l’argomento che cedere sovranità alla Germania sia una condizione per ottenere da Berlino una europeizzazione delle garanzie è superato. Il Fondo salvastati non servirà perché è troppo limitato. Gli eurobond, una volta stabilito l’obbligo al pareggio di bilancio per le euronazioni, sono superflui. Poi non c’è più bisogno del permesso di Berlino/Bundesbank per far agire la Bce come prestatore illimitato, pur indiretto, agli Stati in quanto si è visto recentemente che può farlo comunque, nella sua indipendenza e con lo statuto attuale, per la relazione diretta tra crisi bancaria e del debito. Per questi motivi sarebbe incomprensibile una firma dell’Italia su quell’articolo, mentre il resto del trattato è digeribile. L’articolo va cancellato con l’argomentazione tecnica che il pareggio di bilancio sostituisce la necessità di un calendario rigido ed accelerato di riduzione del debito. Se Berlino non lo accetta, non si firma il trattato. Cadrà il cielo? Al contrario, è più probabile che un no all’imbecillità della Germania faccia esplodere l’ottimismo, nel mondo, e salvi l’idea di Europa.          

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