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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2012-11-20

20/11/2012

Il conflitto a Gaza è parte di una serie di test per calibrare l’equilibrio del terrore

La rubrica ritiene che gli attori nel teatro mediorientale siano alla ricerca di un equilibrio. E che questo non possa essere altro che “del terrore”, cioè basato sulla paura reciproca. Quindi ipotizza che gli eventi in corso a Gaza siano parte di un test multiplo finalizzato a calibrare le reciproche capacità di dissuasione. Questo non vuol dire che saranno evitati conflitti, ma che questi verranno limitati per lo scopo della calibratura. La rubrica, emotivamente legata ad Israele, avverte che tale “chiave di scenario” è viziata dalla convinzione che l’equilibrio del terrore – la miglior formula di stabilizzazione in assenza di un attore imperiale – sia forse l’unica opzione che permetta in prospettiva la sopravvivenza di Israele stessa. Per l’interesse dei gentili lettori italiani, inoltre, tale formula darebbe certamente a Roma un ruolo primario di mediatore e la collocherebbe al centro geopolitico del Mediterraneo, con grande beneficio geoeconomico. Ma quali test? Hamas sta cercando di capire se riuscirà a mantenere i missili iraniani Fajr-5, piuttosto evoluti, senza essere massacrata da Israele. Il test è di non essere invasi (infatti li ha lanciati in mare) e di non mollare via trattativa questa capacità che, da un lato, giustifica i finanziamenti iraniani e, dall’altro, è un motivo di rilevanza, quindi di dissuasione indiretta, nei confronti del nuovo regime islamista-sunnita egiziano. Hezbollah segnala di essere pronto ad avviare operazioni a nord per dissuadere Israele ad invadere Gaza attraverso la minaccia di dover combattere su due fronti. Ma Hezbollah ha la priorità di connettersi territorialmente con l’enclave aluita siriana in vista della libanizzazione della Siria e sirizzazione del Libano e non vuole, ora, esporsi in un conflitto. Ciò da un vantaggio ad Israele che ha mobilitato risorse per operare su due fronti e che non lascerà mai ad Hamas la capacità detta. Ma tale vantaggio è ridotto dall’Amministrazione Obama che, pur perseguendo l’equilibrio del terrore, tende a cedere troppo alle richieste iraniane. Israele, a bilanciamento, può contare sull’interesse dell’Egitto, pur ostile a parole, a favorirla in questa materia, ingaggiando anche l’interesse dei sauditi spaventati dalla complicità tra iraniani ed americani. Questo è un test più sistemico per valutare se Arabia, Egitto ed Israele potranno trovare intese contro l’Iran. Tehran, anche spinta da Pechino e Washington che non vogliono guai attorno al petrolio, sta segnalando di non volere destabilizzazioni eccessive, ma solo la tutela dei suoi bracci armati Hezbollah ed Hamas e relative capacità di influenza in Libano, Siria e Palestina nonché di dissuasione contro la minaccia israeliana di un attacco ai suoi siti nucleari. La Turchia sta uscendo da un gioco complesso che si era illusa, ingenuamente, di poter influenzare e sta chiedendo l’ombrello Nato per evitare, alla fine di una partita fuori controllo, di trovarsi una neonazione curda che le tolga un quarto del territorio. La Russia, invece, sta entrando nel gioco potendo contare sulla possibilità di parlare sia con Gerusalemme sia con Tehran nel contesto di un ritiro disordinato dell’America. Ma vuole solo riprendere una posizione e vendere armi, non di più. Anche per questo una prima calibratura ed un congelamento del teatro verranno raggiunti. Se così, Israele diventerà il tutore nucleare dei sunniti e della Mecca contro gli sciiti iraniani che vorrebbero prendersela, motivo per cui preparano l’atomica, e si salverà. L’Italia sarà accettata da tutti come mediatore, un’opportunità. Un po’ scenario, un po’augurio e un po’ strategia.

(c) 2012 Carlo Pelanda
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