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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2012-11-13

13/11/2012

Forse è il momento di fondere banche americane ed europee per evitare il peggio

Gli attori del mercato globale temono che l’Amministrazione Obama non riesca a trovare la giusta formula per avviare il riequilibrio del bilancio federale e la riduzione del debito (ora verso il 120% del Pil ed oltre). Due le possibili catastrofi: (a) se Obama continuasse a mantenere elevato il deficit e la Federal Reserve proseguisse nella correlata politica di monetizzare il debito, cioè di stampare denaro, allora il dollaro rischierebbe di perdere il ruolo di valuta di riferimento mondiale con conseguenze globali devastanti; (b) se, invece, l’Amministrazione esagerasse sul lato dell’austerità, allora ci sarebbe il rischio che la combinazione tra tagli della spesa pubblica e aumento delle tasse (a dicembre scadono le riduzioni applicate dall’Amministrazione Bush) induca una recessione non breve (almeno 18 mesi) e non poca (tra il meno 2 ed il meno 4 per cento). In tale eventualità vi sarebbe un tracollo della domanda globale, di cui l’America resta il traino principale, e la crisi dell’export manderebbe in depressione Cina, Germania ed Eurozona nonché il Giappone, con spirale di sfiducia sui debiti degli ultimi due. Un primo abbozzo della formula da parte di Obama non ha convinto i mercati: alzare le tasse del 4% solo per i redditi superiori ai 250mila dollari lasciando inalterati i carichi bassi per quelli inferiori. Agli osservatori, infatti, è sembrato una presa in giro sia per l’insufficiente gettito così aumentabile sia per l’effetto comunque di sfiducia psicologica conseguente a tale misura. E ciò ha amplificato il timore che Obama continui nella poca disciplina di bilancio, mettendo a rischio il dollaro e la stabilità finanziaria mondiale. Infatti il primo avvertimento è partito dalle agenzie di rating: fate solo così e declasseremo il debito statunitense. Il punto: dobbiamo veramente temere il caso peggiore e su quale dei due lati dello scenario? Il rischio riguarda prevalentemente la destabilizzazione del dollaro e meno la recessione americana. Tale considerazione è probabilizzabile a partire dai segnali di Obama - quello sopra citato ed altri - che mostrano l’indisponibilità a mandare l’America in decrescita per riequilibrare la finanza pubblica. I repubblicani non vogliono essere imputati di recessione, cosa che farebbe perdere loro le elezioni di metà mandato nel 2014, quindi l’attuale maggioranza alla camera mentre vorrebbero conquistare anche il senato per lanciare la campagna presidenziale del 2016, e ciò fa prevedere tagli non decisivi alla spesa, cioè un compromesso espansivo con i democratici. Da un lato, vi sarà un riaggiustamento di bilancio – molti miliardi verranno da risparmi per la fine delle operazioni belliche senza incidere sugli investimenti in tecnologie di superiorità militare next – ma questo sarà insufficiente a dare solidità al dollaro e lascerà aperto lo scenario di sua implosione. Come evitarla? Tre opzioni: (a) accordo globale tra cartelli per mandare in bolla lunga le Borse americane e così rinforzare “artificialmente” sia il dollaro sia la crescita americana e quindi la domanda mondiale; (b) far saltare i debiti in euro e yen per forzare il mercato ad una fuga verso il dollaro che, pur debole, risulterebbe comparativamente la valuta più forte; (c) accordo monetario di convergenza stabilizzante tra euro e dollaro. La terza è ovviamente la migliore anche perché renderebbe più “naturale” la prima, ma implica una decisione complessa da parte del potere finanziario: fondere banche americane ed europee. La rubrica la raccomanda per rendere meno probabile ed invitante la seconda, devastante, opzione.

(c) 2012 Carlo Pelanda
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