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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2011-10-25

25/10/2011

L’ingaggio della scuola italiana di politica monetaria nella riparazione delle teorie del capitale

La  rubrica segnala ai neonominati banchieri centrali M. Draghi (Bce) e I. Visco (Banca d’Italia) una missione anomala da aggiungere a quella normale. La crisi in atto è anche una crisi delle grandi astrazioni relative al capitale ed alla sua gestione. L’ufficio studi della Banca d’Italia ha la caratteristica, visibile nella sua tradizione, di saper unire un massimo di astrazione ad un massimo di concretezza applicativa. Il rubricante ne ha avuto prova personale nella collaborazione di ricerca decennale con il Prof. P. Savona che si è formato in quell’ambiente e vi ha contribuito.  Ciò induce a pensare che la scuola italiana di politica monetaria possa essere avanguardia nella riparazione delle teorie guida del capitale e giustifica la segnalazione, apparentemente esotica, a chi può attivarla.       

Per Draghi. La scuola tedesca di idealismo economico e monetario, dominante nell’Eurozona, persegue la stabilità monetaria in modi che però minano la fiducia economica. La scuola pragmatica americana persegue la fiducia economica in modi che minano la stabilità. La divergenza tra stabilità e fiducia implica la fine del capitalismo di massa. Quale nuova astrazione, poi fonte di tecniche gestionali e regolative, potrà far riconvergere i due termini? La risposta dovrà ispirare la revisione dello statuto della Bce. Per le contingenze, poi, serve una nuova dottrina per il moral hazard. Quella corrente, ambigua, interferisce con la funzione di prestatore di ultima istanza dando al mercato la sensazione che tale funzione non esista più con conseguenze di sfiducia strutturale. La missione è limitare i rischi incontrollati, ma dando al mercato un ancoraggio dove la salvezza è certa. Per Visco. La politica non ha ancora capito le conseguenze della nascita della moneta fiduciaria, in particolare che il nuovo tipo di moneta, disancorata dall’oro nel 1971, è convertibile in qualità politica e viceversa. Anche perché tale comprensione implica il ridisegno dei modelli economici in modo che Stato, società e sistema finanziario siano convergenti in una relazione armonica condizionata dai requisiti del capitale finanziario. Ma cambiare i modelli in tale direzione è un incubo per la politica. Infatti quella europea ed italiana ha preferito finanziare con debito invece che con crescita i modelli sbagliati. Ma finita la possibilità del debito ora dovrà cambiare per forza modello, l’Italia prima di altri europei. Il punto: bisogna mostrare alla politica, istruendola, il nuovo ciclo del capitale, cioè la società finanziarizzata, affinché possa disegnare il nuovo welfare in modi realistici. Buon lavoro.    

(c) 2011 Carlo Pelanda
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