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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2011-10-18

18/10/2011

Servono azioni forti per evitare che la crisi di fiducia mini le democrazie

Ci sono indizi che in America ed Europa l’umore prevalente nella società stia passando da ottimista a pessimista per la prima volta dagli anni ’50. Gli indicatori tradizionali del  sentimento sono compatibili con lo scenario di ripresa lenta: incertezza a breve combinata con moderato ottimismo di prospettiva, ma più uno stato di attesa che una convinzione. Lo stato di attesa sta orientandosi più verso il pessimismo. Finora, nel complesso delle democrazie, le recessioni sono state brevi, le espansioni lunghe, ed il loro bilancio combinato positivo. Ma la ripresa dopo il 2008 si sta facendo troppo lunga. Non solo. La continua comunicazione ansiogena da parte della politica della priorità del rigore sullo sviluppo, in Europa, e dello stato di emergenza irrisolvibile in America, con la complicazione dell’effetto simbolico del dollaro basso e della ritirata dell’Impero dal mondo, sono fattori che spostano gli umori verso il pessimismo: meno lavoro, il domani sarà peggio dell’oggi. La società del capitalismo democratico può resistere a tutto se la profezia resta ottimista. Ma se diviene pessimista la configurazione di queste società metastabili può fluttuare in brevissimo tempo verso tendenze degenerative. Non ci sono esempi storici recenti in materia, ma quelli dell’Argentina alla fine degli anni ’40 e della Germania nel 1933 fanno ipotizzare che la crisi di fiducia favorisca la domanda di salvazioni autoritarie/populiste. La recente svolta nazionalista nell’Ungheria da tempo stagnante è un segnale in tale direzione. Il formarsi di movimenti indignati indica l’emergere di un linguaggio che trasforma il pessimismo silente in attivismo demonizzante. Irrazionale, ma efficace per calmierare l’ansia negli individui e permettere loro di preservare la dignità nel fallimento personale: colpa delle banche. Tale linguaggio, irrilevante l’origine di destra o sinistra, prepara la domanda per offerte politiche di salvazione populista/autoritaria. E’ ancora fenomeno minimo, ma la platea dei pessimisti propensi a parteciparvi è in ampliamento. Qui il rischio. Con quali azioni contenerlo? Certamente non quelle finora tentate dalla politica. Probabilmente dovranno essere segnali di sterilizzazione (non  inflazionistica) del debito affinché non pesi sul rilancio della speranza del capitalismo di massa. Un’opzione sarebbe quella di impacchettare tutti i debiti delle democrazie in un contenitore unico garantito dai patrimoni statali, così decomprimendo i bilanci pubblici. Esagerazione, ma da l’idea della direzione:  mettere in priorità il governo della profezia con azioni forti o se no perderemo le democrazie.    

(c) 2011 Carlo Pelanda
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