Dal 1945 l’America è il centro importatore del mercato internazionale. Da tempo è diventata troppo piccola per tale funzione, ma non è emerso un modello alternativo. Dopo il cedimento dovrà per forza emergere. Quale?

Nel 1973 Kissinger chiese a Germania e Giappone di importare di più per scaricare l’America dal peso del sostegno singolo della domanda globale. La risposta, reiterata nell’organizzazione dei G5 e poi G7 nei decenni successivi, fu negativa. E così la disponibilità dell’America di Kissinger e Nixon, in gravi difficoltà, di accettare il passaggio dalla gestione singola del pianeta ad una condivisa con gli alleati non trovò l’adesione di questi. Così fu persa l’opportunità di rinnovare l’impero occidentale. L’America continuò ad assorbire le esportazioni di tutti, in volumi crescenti, e tutti continuarono a rimandare i dollari guadagnati con l’export nel sistema finanziario statunitense comprando debito e pompando le Borse per finanziare la crescita dei consumi interni e delle importazioni. In un certo senso la centralità americana trovò un sostegno condiviso: gli esportatori bilanciavano il suo deficit commerciale per via finanziaria. Ma ciò fu ed è un falso equilibrio in quanto impone al mercato importatore di crescere per bolle finanziarie esponendolo a sbolle devastanti. L’ultima, nel 2008, ha evidenziato il cedimento dell’America e la sua impossibilità di continuare tale modello, con l’aggravante di non avere più strumenti interni per difendere i redditi della classe media. Questo fatto, ora, può portare l’America o ad un neoisolazionismo protezionista o ad essere nuovamente disponibile ad un alleanza con le nazioni del G7, questa volta con lo scopo di formare, in prospettiva, un mercato comune e l’integrazione tra dollaro ed euro. Tale nuova architettura, che la rubrica ha tratteggiato in www.lagrandealleanza.it, avrebbe la forza di ricostruire i redditi cedenti della classe media europea, americana ed altre nonché fornire al mercato globale un pilastro più solido di stabilità monetaria. E potrebbe, soprattutto, evitare la dissoluzione del mercato globale per riemergere dei protezionismi. La Cina teme questo scenario perché rinascerebbe un occidente più grande di lei in grado di condizionarla, ma l’esito protezionista del cedimento americano ne taglierebbe l’export, destabilizzandola. Quindi cercherà di entrare nell’architettura più che sabotarla. Il pallino è nelle mani di americani ed europei. Le espressioni politiche correnti danno poche speranze. Ma il beneficio di trasformare il G7 in sistema integrato è talmente evidente da rendere probabile che lo si farà.

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Nel 1973 Kissinger chiese a Germania e Giappone di importare di più per scaricare l’America dal peso del sostegno singolo della domanda globale. La risposta, reiterata nell’organizzazione dei G5 e poi G7 nei decenni successivi, fu negativa. E così la disponibilità dell’America di Kissinger e Nixon, in gravi difficoltà, di accettare il passaggio dalla gestione singola del pianeta ad una condivisa con gli alleati non trovò l’adesione di questi. Così fu persa l’opportunità di rinnovare l’impero occidentale. L’America continuò ad assorbire le esportazioni di tutti, in volumi crescenti, e tutti continuarono a rimandare i dollari guadagnati con l’export nel sistema finanziario statunitense comprando debito e pompando le Borse per finanziare la crescita dei consumi interni e delle importazioni. In un certo senso la centralità americana trovò un sostegno condiviso: gli esportatori bilanciavano il suo deficit commerciale per via finanziaria. Ma ciò fu ed è un falso equilibrio in quanto impone al mercato importatore di crescere per bolle finanziarie esponendolo a sbolle devastanti. L’ultima, nel 2008, ha evidenziato il cedimento dell’America e la sua impossibilità di continuare tale modello, con l’aggravante di non avere più strumenti interni per difendere i redditi della classe media. Questo fatto, ora, può portare l’America o ad un neoisolazionismo protezionista o ad essere nuovamente disponibile ad un alleanza con le nazioni del G7, questa volta con lo scopo di formare, in prospettiva, un mercato comune e l’integrazione tra dollaro ed euro. Tale nuova architettura, che la rubrica ha tratteggiato in www.lagrandealleanza.it, avrebbe la forza di ricostruire i redditi cedenti della classe media europea, americana ed altre nonché fornire al mercato globale un pilastro più solido di stabilità monetaria. E potrebbe, soprattutto, evitare la dissoluzione del mercato globale per riemergere dei protezionismi. La Cina teme questo scenario perché rinascerebbe un occidente più grande di lei in grado di condizionarla, ma l’esito protezionista del cedimento americano ne taglierebbe l’export, destabilizzandola. Quindi cercherà di entrare nell’architettura più che sabotarla. Il pallino è nelle mani di americani ed europei. Le espressioni politiche correnti danno poche speranze. Ma il beneficio di trasformare il G7 in sistema integrato è talmente evidente da rendere probabile che lo si farà.

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Nel 1973 Kissinger chiese a Germania e Giappone di importare di più per scaricare l’America dal peso del sostegno singolo della domanda globale. La risposta, reiterata nell’organizzazione dei G5 e poi G7 nei decenni successivi, fu negativa. E così la disponibilità dell’America di Kissinger e Nixon, in gravi difficoltà, di accettare il passaggio dalla gestione singola del pianeta ad una condivisa con gli alleati non trovò l’adesione di questi. Così fu persa l’opportunità di rinnovare l’impero occidentale. L’America continuò ad assorbire le esportazioni di tutti, in volumi crescenti, e tutti continuarono a rimandare i dollari guadagnati con l’export nel sistema finanziario statunitense comprando debito e pompando le Borse per finanziare la crescita dei consumi interni e delle importazioni. In un certo senso la centralità americana trovò un sostegno condiviso: gli esportatori bilanciavano il suo deficit commerciale per via finanziaria. Ma ciò fu ed è un falso equilibrio in quanto impone al mercato importatore di crescere per bolle finanziarie esponendolo a sbolle devastanti. L’ultima, nel 2008, ha evidenziato il cedimento dell’America e la sua impossibilità di continuare tale modello, con l’aggravante di non avere più strumenti interni per difendere i redditi della classe media. Questo fatto, ora, può portare l’America o ad un neoisolazionismo protezionista o ad essere nuovamente disponibile ad un alleanza con le nazioni del G7, questa volta con lo scopo di formare, in prospettiva, un mercato comune e l’integrazione tra dollaro ed euro. Tale nuova architettura, che la rubrica ha tratteggiato in www.lagrandealleanza.it, avrebbe la forza di ricostruire i redditi cedenti della classe media europea, americana ed altre nonché fornire al mercato globale un pilastro più solido di stabilità monetaria. E potrebbe, soprattutto, evitare la dissoluzione del mercato globale per riemergere dei protezionismi. La Cina teme questo scenario perché rinascerebbe un occidente più grande di lei in grado di condizionarla, ma l’esito protezionista del cedimento americano ne taglierebbe l’export, destabilizzandola. Quindi cercherà di entrare nell’architettura più che sabotarla. Il pallino è nelle mani di americani ed europei. Le espressioni politiche correnti danno poche speranze. Ma il beneficio di trasformare il G7 in sistema integrato è talmente evidente da rendere probabile che lo si farà.

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Il Foglio

2011-8-9

9/8/2011

Il cedimento dell’America la porterà o al protezionismo o alla grande alleanza con il G7

Dal 1945 l’America è il centro importatore del mercato internazionale. Da tempo è diventata troppo piccola per tale funzione, ma non è emerso un modello alternativo. Dopo il cedimento dovrà per forza emergere. Quale?

Nel 1973 Kissinger chiese a Germania e Giappone di importare di più per scaricare l’America dal peso del sostegno singolo della domanda globale. La risposta, reiterata nell’organizzazione dei G5 e poi G7 nei decenni successivi, fu negativa. E così la disponibilità dell’America di Kissinger e Nixon, in gravi difficoltà, di accettare il passaggio dalla gestione singola del pianeta ad una condivisa con gli alleati non trovò l’adesione di questi. Così fu persa l’opportunità di rinnovare l’impero occidentale. L’America continuò ad assorbire le esportazioni di tutti, in volumi crescenti, e tutti continuarono a rimandare i dollari guadagnati con l’export nel sistema finanziario statunitense comprando debito e pompando le Borse per finanziare la crescita dei consumi interni e delle importazioni. In un certo senso la centralità americana trovò un sostegno condiviso: gli esportatori bilanciavano il suo deficit commerciale per via finanziaria. Ma ciò fu ed è un falso equilibrio in quanto impone al mercato importatore di crescere per bolle finanziarie esponendolo a sbolle devastanti. L’ultima, nel 2008, ha evidenziato il cedimento dell’America e la sua impossibilità di continuare tale modello, con l’aggravante di non avere più strumenti interni per difendere i redditi della classe media. Questo fatto, ora, può portare l’America o ad un neoisolazionismo protezionista o ad essere nuovamente disponibile ad un alleanza con le nazioni del G7, questa volta con lo scopo di formare, in prospettiva, un mercato comune e l’integrazione tra dollaro ed euro. Tale nuova architettura, che la rubrica ha tratteggiato in www.lagrandealleanza.it, avrebbe la forza di ricostruire i redditi cedenti della classe media europea, americana ed altre nonché fornire al mercato globale un pilastro più solido di stabilità monetaria. E potrebbe, soprattutto, evitare la dissoluzione del mercato globale per riemergere dei protezionismi. La Cina teme questo scenario perché rinascerebbe un occidente più grande di lei in grado di condizionarla, ma l’esito protezionista del cedimento americano ne taglierebbe l’export, destabilizzandola. Quindi cercherà di entrare nell’architettura più che sabotarla. Il pallino è nelle mani di americani ed europei. Le espressioni politiche correnti danno poche speranze. Ma il beneficio di trasformare il G7 in sistema integrato è talmente evidente da rendere probabile che lo si farà.

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