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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2011-5-7

7/5/2011

L’occidente dovrà fare i conti con una Cina in via di destabilizzazione politica

Il 9 giugno 1989 Deng Xiaoping, uomo forte del Partito comunista cinese, dichiarò che “l’esercito aveva salvato il socialismo”. Dal 3 al 5 giugno le truppe ingaggiarono non solo gli studenti che avevano occupato Piazza Tienanmen per sostenere una svolta riformista, ma anche parte della popolazione di Pechino che si era unita a loro, formando nuclei di resistenza. Di questi eventi sappiamo poco perché la vera battaglia, ben oltre i confini di Tienanmen, fu oscurata, ma è certo che la repressione fu massiva. Continuò negli anni successivi con l’imprigionamento e morte lenta di centinaia di migliaia di persone nei Laogai, i campi di rieducazione, di fatto simili ai lager nazisti. Ancora oggi tanti e pieni di dissidenti reali e sospettati. I governi occidentali  accettano la condizione posta da Pechino di non parlare dello sterminio di massa in atto in Cina in cambio dell’accesso al business. Anche per questa mancanza di confronto esterno le èlite cinesi stanno perpetuando il modello repressivo, perfezionato nel 1989, senza valutarne la probabilità di stabilità prospettica perché convinte che potrà durare per sempre, solo rivestendo il pugno di ferro con seta.  

La questione interessa  l’occidente ed il mondo in quanto tale probabilità appare decrescente e ciò apre uno scenario di destabilizzazione della Cina a medio termine, con la conseguenza di una megacrisi economica globale. Le rivolte in atto non eccedono ancora la capacità repressiva. Ma stanno per farlo perché lo sviluppo ineguale, tipico del capitalismo autoritario, lascia troppi indietro e compressi. Queste tensioni spaccano la cupola del regime perché forniscono alle élite più ambiziose la scorciatoia di manovrare masse di impoveriti e scontenti per conquistare il vertice. Gli eventi del 1989, in realtà, furono un trasferimento sulla strada del conflitto nel palazzo tra i conservatori Deng Xiaoping e Li Peng contro il riformista Zhao Ziyang, poi defenestrato. Stessa cosa tentata da Mao nel 1966 con la conseguenza di una megacrisi decennale del sistema. La successione nel potere prevista nel 2012 appare blindata per evitare proprio questi guai, ma in realtà non è così stabile in alto perché c’è turbolenza in basso. In sintesi, l’esercito non riuscirà più a salvare il regime. L’occidente deve decidere se non intervenire e lasciare che la Cina imploda, ottenendo il crollo del mostro al prezzo di una grave crisi globale, oppure intervenire per far vincere le èlite riformiste capaci di stabilizzare il sistema ed il consenso avviando un processo semidemocratico, ma così rinforzando il potenziale imperiale della Cina. Bel dilemma.  

(c) 2011 Carlo Pelanda
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