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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2011-3-22

22/3/2011

Il consenso futuro al nucleare richiederà una maggiore credibilità delle istituzioni

La tecnologia nucleare è stata colpita dalla terza catastrofe comunicativa in poco più di 30 anni. Nel 1979 non vi fu contaminazione esterna nelle centrali di Three Miles Island incidentate, ma i media e la pessima gestione da parte delle istituzioni crearono un’emergenza di massa sproporzionata. Lo scoppio della centrale di Cernobyl non fu un incidente, ma un esperimento di distacco dei sistemi di sicurezza andato fuori controllo. La contaminazione fu reale, ma anche in questo caso l’amplificazione simbolica dell’evento non fu proporzionale al danno. L’incidente nelle centrali di Fukushima non si è ancora risolto, ma è probabile che anche in questo caso l’effetto simbolico negativo sarà sproporzionato. La prima catastrofe comunicativa alzò i costi delle centrali nucleari in America limitando lo sviluppo del settore. La seconda lo bloccò in tutte le democrazie, con l’eccezione di Francia e Giappone. La terza sta creando un dissenso così forte da seppellirlo definitivamente. Ma sarà proprio così?

Non dovrà. La diffusione del nucleare porta la speranza di passare dai combustibili fossili all’elettricità in circa 60 anni nelle nazioni evolute ed entro un secolo globalmente, con miglioramenti nel frattempo: meno guerre per il dominio delle fonti, minor rischio di crisi per inflazione energetica, miglior qualità dell’aria, ecc. Più investimenti sul nucleare, inoltre, produrranno tecnologie sempre più evolute fino, tra secoli, al “sole in scatola”. Le fonti alternative non-nucleari vanno sviluppate, ma sempre considerandole integrative e non primarie perché non possono assicurare con continuità tutta l’energia che servirà al pianeta. Per evitare l’uccisione del nucleare i governi delle democrazie dovranno rimandare o congelare ogni decisione fino a che non sarà diluito l’impatto della 3° catastrofe comunicativa, circa due anni. E dopo? Nessun tecnosistema  è a rischio zero perché la varietà dei possibili eventi negativi è sempre superiore a quella dei mezzi per controllarli preventivamente. Questo gap può essere colmato solo da un gestione attiva dell’imprevisto, predisponibile. Sul piano scientifico si tratta di passare dall’analisi del rischio a quella della vulnerabilità. Su quello politico bisognerà convincere gli elettori non solo che una tecnologia è buona, ma che la gestione di eventi non previsti è totalmente affidabile. Pertanto il nucleare richiede alle democrazie: (a) istituzioni generali e dedicate perfettamente credibili; (b) il controllo statale diretto, via polizia tecnica, delle centrali; (c) corpo specializzato per la gestione delle emergenze. Così funzionerà, non mollate.        

(c) 2011 Carlo Pelanda
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