La prima generazione di aziende Internet (quelle definite ".com") è in crisi. Molte di queste, in America, stanno per fallire e circa una ventina di loro sta per uscire dalla quotazione sul Nasdaq (la Borsa tecnologica di New York) perché i loro valori azionari si sono ridotti quasi a zero. Nel resto del mondo, comunque, tali aziende non fanno profitti. In particolare quelle dedicate al commercio elettronico. D’altra parte, la rete non è per nulla in recessione, anzi. Aumentano le connessioni ed anche gli affari su di essa. Quindi la crisi non è determinata da un flop di Internet come veicolo di scambi e comunicazioni, ma da errori strategici della prima ondata di pionieri che ha tentato di sfruttarla commercialmente. E’ il momento di esaminarli anche perché in quelle aree del mercato dove la Net Economy si sta sviluppando con un anno o due di ritardo nei confronti dell’America si osserva la persistenza di atteggiamenti romantici o mitici che non tengono ancora conto di tale lezione. E proprio in Italia ed Europa tale problema appare non di poco conto. Nel momento in cui bisognerebbe passare alla seconda generazione dell’economia Internet (che comunque si svilupperà) molti attori restano ancorati agli stili della prima, mettendo a rischio se stessi e gli investitori. Vediamo gli errori principali che sono emersi.

Il fallimento più evidente riguarda la scommessa che fosse possibile sostituire quasi totalmente il commercio che avviene nei negozi con quello su rete. Tale ipotesi aveva retto l’idea che le aziende di e-commerce sarebbero state delle cornucopie sul piano del profitto. Grazie a questa credenza per hanno goduto di enormi valutazioni in Borsa. La grande distribuzione attraverso i tradizionali punti vendita diffusi sul territorio, infatti, è caratterizzata sia da alti costi sia fissi sia marginali. Vuol dire che ogni passo di espansione costa tantissimo e che l’utile tende ad essere piccolo e sempre a rischio. Le aziende di commercio elettronico si presentavano, invece, con alti costi fissi, ma con la prospettiva di costi marginali minimi (per la leggerezza della loro struttura non-territoriale). Significa che ogni passo di sviluppo avrebbe comportato un profitto crescente. Ecco perché ad un certo punto ha trovato una certa credibilità, tra la fine del 1998 e quasi tutto il 1999, la bufala che un’azienda Internet non doveva essere valutata in base al profitto, ma in relazione alla quantità di contatti che stava sviluppando. Poi l’utile sarebbe arrivato in futuro, immenso per i motivi detti. Ma tale promessa è stata smentita dal fatto che ben pochi tipi di beni possono essere scambiati via Internet. Per esempio, in rete posso scambiare benissimo azioni ed altri titoli finanziari, ma non compro una cravatta. Perché voglio toccarla. E tale limite ha messo in crisi chi aveva scommesso sul contrario. Che ha dovuto velocemente modificare il proprio modello di affari, passando dalle operazioni commerciali solo in rete all’ibridazione con reti diffuse territorialmente. Ma così facendo ha dovuto caricarsi di alti costi marginali annullando la caratteristica principale di un’azienda Internet, cioè l’attesa di utili stratosferici. In sintesi, il commercio elettronico, per sopravvivere, deve diventare un normale supermarket. Così questa componente di e-commerce della prima generazione della net-economy è collassata pur crescendo il volume degli scambi in rete. La crisi attuale del pioniere per eccellenza in tale settore, Amazon.com, rispecchia perfettamente quanto detto.

Un altro modello di e-business sta entrando in crisi. I portali (nome pomposo per "sito web") troppo generici non stanno facendo utili. Anche perché sono troppi. Qui l’errore è stato quello di non precisare all’inzio il profitto atteso ed esattamente dove e, soprattutto, quello di privilegiare l’"esserci" sul che cosa esattamente offrire. Di fatto le decine e centinaia di portali generalisti sono a rischio. Ambedue queste note, che non vogliono essere per nulla un’analisi esaustiva della situazione della net-economy, servono tuttavia come avvertimento a non insistere – almeno- sugli errori detti.

D’altra parte, le lezioni della prima ondata di esperienze commerciali Internet è anche piena di lezioni positive. Per esempio, è emerso che la rete: (a) è un formidabile veicolo di marketing; (b) permette di dare efficienza e profitto a settori tradizionali migliorando i processi di rifornimento dei materiali, di gestione del magazzino di un’impresa, ecc.; (c) è un buon veicolo per il commercio on-line di prodotti di nicchia per clienti specializzati; (d) e per prodotti informativi o per lo scambio di valori "leggeri", quali i titoli finanziari, polizze assicurative standardizzate, ecc. Inoltre stanno emergendo nuovi possibili contenuti con buon valore economico man mano che gli utenti aumentano e imparano a svolgere operazioni complesse on-line: i professionisti, alberghi, negozi, microimprese di qualsiasi tipo che si fanno il sito personale sul quale un cliente può prenotare un servizio. E tale ulteriore sviluppo favorirà la nascita di nuove aziende di disegno, ingegneria e gestione dei siti web, come già si nota.

In conclusione, l’economia Internet è in pieno boom, ma lo avranno i contenuti più specialistici di "seconda generazione" mentre quelli più "generalisti" della prima sono ormai sorpassati e in crisi. Occhio.

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Il fallimento più evidente riguarda la scommessa che fosse possibile sostituire quasi totalmente il commercio che avviene nei negozi con quello su rete. Tale ipotesi aveva retto l’idea che le aziende di e-commerce sarebbero state delle cornucopie sul piano del profitto. Grazie a questa credenza per hanno goduto di enormi valutazioni in Borsa. La grande distribuzione attraverso i tradizionali punti vendita diffusi sul territorio, infatti, è caratterizzata sia da alti costi sia fissi sia marginali. Vuol dire che ogni passo di espansione costa tantissimo e che l’utile tende ad essere piccolo e sempre a rischio. Le aziende di commercio elettronico si presentavano, invece, con alti costi fissi, ma con la prospettiva di costi marginali minimi (per la leggerezza della loro struttura non-territoriale). Significa che ogni passo di sviluppo avrebbe comportato un profitto crescente. Ecco perché ad un certo punto ha trovato una certa credibilità, tra la fine del 1998 e quasi tutto il 1999, la bufala che un’azienda Internet non doveva essere valutata in base al profitto, ma in relazione alla quantità di contatti che stava sviluppando. Poi l’utile sarebbe arrivato in futuro, immenso per i motivi detti. Ma tale promessa è stata smentita dal fatto che ben pochi tipi di beni possono essere scambiati via Internet. Per esempio, in rete posso scambiare benissimo azioni ed altri titoli finanziari, ma non compro una cravatta. Perché voglio toccarla. E tale limite ha messo in crisi chi aveva scommesso sul contrario. Che ha dovuto velocemente modificare il proprio modello di affari, passando dalle operazioni commerciali solo in rete all’ibridazione con reti diffuse territorialmente. Ma così facendo ha dovuto caricarsi di alti costi marginali annullando la caratteristica principale di un’azienda Internet, cioè l’attesa di utili stratosferici. In sintesi, il commercio elettronico, per sopravvivere, deve diventare un normale supermarket. Così questa componente di e-commerce della prima generazione della net-economy è collassata pur crescendo il volume degli scambi in rete. La crisi attuale del pioniere per eccellenza in tale settore, Amazon.com, rispecchia perfettamente quanto detto.

Un altro modello di e-business sta entrando in crisi. I portali (nome pomposo per "sito web") troppo generici non stanno facendo utili. Anche perché sono troppi. Qui l’errore è stato quello di non precisare all’inzio il profitto atteso ed esattamente dove e, soprattutto, quello di privilegiare l’"esserci" sul che cosa esattamente offrire. Di fatto le decine e centinaia di portali generalisti sono a rischio. Ambedue queste note, che non vogliono essere per nulla un’analisi esaustiva della situazione della net-economy, servono tuttavia come avvertimento a non insistere – almeno- sugli errori detti.

D’altra parte, le lezioni della prima ondata di esperienze commerciali Internet è anche piena di lezioni positive. Per esempio, è emerso che la rete: (a) è un formidabile veicolo di marketing; (b) permette di dare efficienza e profitto a settori tradizionali migliorando i processi di rifornimento dei materiali, di gestione del magazzino di un’impresa, ecc.; (c) è un buon veicolo per il commercio on-line di prodotti di nicchia per clienti specializzati; (d) e per prodotti informativi o per lo scambio di valori "leggeri", quali i titoli finanziari, polizze assicurative standardizzate, ecc. Inoltre stanno emergendo nuovi possibili contenuti con buon valore economico man mano che gli utenti aumentano e imparano a svolgere operazioni complesse on-line: i professionisti, alberghi, negozi, microimprese di qualsiasi tipo che si fanno il sito personale sul quale un cliente può prenotare un servizio. E tale ulteriore sviluppo favorirà la nascita di nuove aziende di disegno, ingegneria e gestione dei siti web, come già si nota.

In conclusione, l’economia Internet è in pieno boom, ma lo avranno i contenuti più specialistici di "seconda generazione" mentre quelli più "generalisti" della prima sono ormai sorpassati e in crisi. Occhio.

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Il fallimento più evidente riguarda la scommessa che fosse possibile sostituire quasi totalmente il commercio che avviene nei negozi con quello su rete. Tale ipotesi aveva retto l’idea che le aziende di e-commerce sarebbero state delle cornucopie sul piano del profitto. Grazie a questa credenza per hanno goduto di enormi valutazioni in Borsa. La grande distribuzione attraverso i tradizionali punti vendita diffusi sul territorio, infatti, è caratterizzata sia da alti costi sia fissi sia marginali. Vuol dire che ogni passo di espansione costa tantissimo e che l’utile tende ad essere piccolo e sempre a rischio. Le aziende di commercio elettronico si presentavano, invece, con alti costi fissi, ma con la prospettiva di costi marginali minimi (per la leggerezza della loro struttura non-territoriale). Significa che ogni passo di sviluppo avrebbe comportato un profitto crescente. Ecco perché ad un certo punto ha trovato una certa credibilità, tra la fine del 1998 e quasi tutto il 1999, la bufala che un’azienda Internet non doveva essere valutata in base al profitto, ma in relazione alla quantità di contatti che stava sviluppando. Poi l’utile sarebbe arrivato in futuro, immenso per i motivi detti. Ma tale promessa è stata smentita dal fatto che ben pochi tipi di beni possono essere scambiati via Internet. Per esempio, in rete posso scambiare benissimo azioni ed altri titoli finanziari, ma non compro una cravatta. Perché voglio toccarla. E tale limite ha messo in crisi chi aveva scommesso sul contrario. Che ha dovuto velocemente modificare il proprio modello di affari, passando dalle operazioni commerciali solo in rete all’ibridazione con reti diffuse territorialmente. Ma così facendo ha dovuto caricarsi di alti costi marginali annullando la caratteristica principale di un’azienda Internet, cioè l’attesa di utili stratosferici. In sintesi, il commercio elettronico, per sopravvivere, deve diventare un normale supermarket. Così questa componente di e-commerce della prima generazione della net-economy è collassata pur crescendo il volume degli scambi in rete. La crisi attuale del pioniere per eccellenza in tale settore, Amazon.com, rispecchia perfettamente quanto detto.

Un altro modello di e-business sta entrando in crisi. I portali (nome pomposo per "sito web") troppo generici non stanno facendo utili. Anche perché sono troppi. Qui l’errore è stato quello di non precisare all’inzio il profitto atteso ed esattamente dove e, soprattutto, quello di privilegiare l’"esserci" sul che cosa esattamente offrire. Di fatto le decine e centinaia di portali generalisti sono a rischio. Ambedue queste note, che non vogliono essere per nulla un’analisi esaustiva della situazione della net-economy, servono tuttavia come avvertimento a non insistere – almeno- sugli errori detti.

D’altra parte, le lezioni della prima ondata di esperienze commerciali Internet è anche piena di lezioni positive. Per esempio, è emerso che la rete: (a) è un formidabile veicolo di marketing; (b) permette di dare efficienza e profitto a settori tradizionali migliorando i processi di rifornimento dei materiali, di gestione del magazzino di un’impresa, ecc.; (c) è un buon veicolo per il commercio on-line di prodotti di nicchia per clienti specializzati; (d) e per prodotti informativi o per lo scambio di valori "leggeri", quali i titoli finanziari, polizze assicurative standardizzate, ecc. Inoltre stanno emergendo nuovi possibili contenuti con buon valore economico man mano che gli utenti aumentano e imparano a svolgere operazioni complesse on-line: i professionisti, alberghi, negozi, microimprese di qualsiasi tipo che si fanno il sito personale sul quale un cliente può prenotare un servizio. E tale ulteriore sviluppo favorirà la nascita di nuove aziende di disegno, ingegneria e gestione dei siti web, come già si nota.

In conclusione, l’economia Internet è in pieno boom, ma lo avranno i contenuti più specialistici di "seconda generazione" mentre quelli più "generalisti" della prima sono ormai sorpassati e in crisi. Occhio.

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2000-7-10

10/7/2000

I rischi dello e-commerce: Internet vara la sua seconda generazione

La prima generazione di aziende Internet (quelle definite ".com") è in crisi. Molte di queste, in America, stanno per fallire e circa una ventina di loro sta per uscire dalla quotazione sul Nasdaq (la Borsa tecnologica di New York) perché i loro valori azionari si sono ridotti quasi a zero. Nel resto del mondo, comunque, tali aziende non fanno profitti. In particolare quelle dedicate al commercio elettronico. D’altra parte, la rete non è per nulla in recessione, anzi. Aumentano le connessioni ed anche gli affari su di essa. Quindi la crisi non è determinata da un flop di Internet come veicolo di scambi e comunicazioni, ma da errori strategici della prima ondata di pionieri che ha tentato di sfruttarla commercialmente. E’ il momento di esaminarli anche perché in quelle aree del mercato dove la Net Economy si sta sviluppando con un anno o due di ritardo nei confronti dell’America si osserva la persistenza di atteggiamenti romantici o mitici che non tengono ancora conto di tale lezione. E proprio in Italia ed Europa tale problema appare non di poco conto. Nel momento in cui bisognerebbe passare alla seconda generazione dell’economia Internet (che comunque si svilupperà) molti attori restano ancorati agli stili della prima, mettendo a rischio se stessi e gli investitori. Vediamo gli errori principali che sono emersi.

Il fallimento più evidente riguarda la scommessa che fosse possibile sostituire quasi totalmente il commercio che avviene nei negozi con quello su rete. Tale ipotesi aveva retto l’idea che le aziende di e-commerce sarebbero state delle cornucopie sul piano del profitto. Grazie a questa credenza per hanno goduto di enormi valutazioni in Borsa. La grande distribuzione attraverso i tradizionali punti vendita diffusi sul territorio, infatti, è caratterizzata sia da alti costi sia fissi sia marginali. Vuol dire che ogni passo di espansione costa tantissimo e che l’utile tende ad essere piccolo e sempre a rischio. Le aziende di commercio elettronico si presentavano, invece, con alti costi fissi, ma con la prospettiva di costi marginali minimi (per la leggerezza della loro struttura non-territoriale). Significa che ogni passo di sviluppo avrebbe comportato un profitto crescente. Ecco perché ad un certo punto ha trovato una certa credibilità, tra la fine del 1998 e quasi tutto il 1999, la bufala che un’azienda Internet non doveva essere valutata in base al profitto, ma in relazione alla quantità di contatti che stava sviluppando. Poi l’utile sarebbe arrivato in futuro, immenso per i motivi detti. Ma tale promessa è stata smentita dal fatto che ben pochi tipi di beni possono essere scambiati via Internet. Per esempio, in rete posso scambiare benissimo azioni ed altri titoli finanziari, ma non compro una cravatta. Perché voglio toccarla. E tale limite ha messo in crisi chi aveva scommesso sul contrario. Che ha dovuto velocemente modificare il proprio modello di affari, passando dalle operazioni commerciali solo in rete all’ibridazione con reti diffuse territorialmente. Ma così facendo ha dovuto caricarsi di alti costi marginali annullando la caratteristica principale di un’azienda Internet, cioè l’attesa di utili stratosferici. In sintesi, il commercio elettronico, per sopravvivere, deve diventare un normale supermarket. Così questa componente di e-commerce della prima generazione della net-economy è collassata pur crescendo il volume degli scambi in rete. La crisi attuale del pioniere per eccellenza in tale settore, Amazon.com, rispecchia perfettamente quanto detto.

Un altro modello di e-business sta entrando in crisi. I portali (nome pomposo per "sito web") troppo generici non stanno facendo utili. Anche perché sono troppi. Qui l’errore è stato quello di non precisare all’inzio il profitto atteso ed esattamente dove e, soprattutto, quello di privilegiare l’"esserci" sul che cosa esattamente offrire. Di fatto le decine e centinaia di portali generalisti sono a rischio. Ambedue queste note, che non vogliono essere per nulla un’analisi esaustiva della situazione della net-economy, servono tuttavia come avvertimento a non insistere – almeno- sugli errori detti.

D’altra parte, le lezioni della prima ondata di esperienze commerciali Internet è anche piena di lezioni positive. Per esempio, è emerso che la rete: (a) è un formidabile veicolo di marketing; (b) permette di dare efficienza e profitto a settori tradizionali migliorando i processi di rifornimento dei materiali, di gestione del magazzino di un’impresa, ecc.; (c) è un buon veicolo per il commercio on-line di prodotti di nicchia per clienti specializzati; (d) e per prodotti informativi o per lo scambio di valori "leggeri", quali i titoli finanziari, polizze assicurative standardizzate, ecc. Inoltre stanno emergendo nuovi possibili contenuti con buon valore economico man mano che gli utenti aumentano e imparano a svolgere operazioni complesse on-line: i professionisti, alberghi, negozi, microimprese di qualsiasi tipo che si fanno il sito personale sul quale un cliente può prenotare un servizio. E tale ulteriore sviluppo favorirà la nascita di nuove aziende di disegno, ingegneria e gestione dei siti web, come già si nota.

In conclusione, l’economia Internet è in pieno boom, ma lo avranno i contenuti più specialistici di "seconda generazione" mentre quelli più "generalisti" della prima sono ormai sorpassati e in crisi. Occhio.

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