incondizionabilità della Cina perseguendo un  G2 sinoamericano in sostituzione del G8 con europei e Giappone. Che per altro non sta funzionando come schema diarchico di stabilizzazione globale perché Pechino ormai considera l’America un secondo e decrescente potere. In sintesi, nel mercato globale c’è una mina cinese ormai non facilmente disinnescabile. Esploderà o le èlite cinesi saranno capaci di costruire un sistema economico stabile? Queste in realtà lo vorrebbero. Da qualche anno è costante la pressione del governo per dare più qualità alla crescita, con enormi investimenti nell’educazione, e per  trasformare un modello trainato dall’export in uno bilanciato con più crescita interna. Inoltre Pechino fa il massimo sforzo per farsi riconoscere come potenza benigna e affidabile. Molti credono che la Cina riuscirà ad assestarsi nel futuro come stabile centro del mercato mondiale. Per esempio, R. Fogel, Università di Chicago, profetizza che nel 2040 il Pil cinese raggiungerà i 120 trilioni di dollari costituendo il 40% di quello mondiale complessivo mentre quello americano sarà il 14% e l’europeo il 5%. Tale scenario implica una crescita cinese senza incidenti. Questa rubrica, invece, ritiene che: (a) prima o poi, per mancanza di democrazia, il ricambio nel potere politico troverà modi conflittuali, finora evitati, che romperanno l’ordine interno; (b) il modello trainato dall’export troverà limiti di crescita prima di poter essere sostituito da uno più bilanciato; (c) le élite cinesi non rinunceranno al modello  autoritario, pur ammorbidendolo, e ciò aumenterà le diseguaglianze rendendo instabile la società. Per uno, o la combinazione, di questi fattori è probabile che la Cina imploderà entro un decennio. Ciò definisce il dilemma cinese. Aiutare la Cina a non implodere o a riprendersi dopo la crisi vuol dire accettare la sua egemonia futura sul pianeta e con essa quella del capitalismo autoritario. Il non farlo implica il rischio di una depressione globale totale. Ambedue soluzioni inaccettabili. Altre? Costruire qualcosa più grande della Cina che possa condizionarla, per esempio un mercato delle democrazie che implica convergenza per accedervi, a partire da un nucleo euroamericano. Dopo Obama.      

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Il Foglio

2010-9-7

7/9/2010

La Cina è una mina nel mercato globale

A metà degli anni ’90 Clinton cooptò la Cina nel Wto, cioè nel mercato globale, senza pretendere garanzie di stabilità interna e di convergenza esterna, accontentandosi solo di vaghe promesse. Tali promesse non sono state mantenute e la Cina, oltre a restare internamente instabile, è diventata un megafattore di squilibrio. Anche perché Obama ha fatto l’errore di legittimare l’incondizionabilità della Cina perseguendo un  G2 sinoamericano in sostituzione del G8 con europei e Giappone. Che per altro non sta funzionando come schema diarchico di stabilizzazione globale perché Pechino ormai considera l’America un secondo e decrescente potere. In sintesi, nel mercato globale c’è una mina cinese ormai non facilmente disinnescabile. Esploderà o le èlite cinesi saranno capaci di costruire un sistema economico stabile? Queste in realtà lo vorrebbero. Da qualche anno è costante la pressione del governo per dare più qualità alla crescita, con enormi investimenti nell’educazione, e per  trasformare un modello trainato dall’export in uno bilanciato con più crescita interna. Inoltre Pechino fa il massimo sforzo per farsi riconoscere come potenza benigna e affidabile. Molti credono che la Cina riuscirà ad assestarsi nel futuro come stabile centro del mercato mondiale. Per esempio, R. Fogel, Università di Chicago, profetizza che nel 2040 il Pil cinese raggiungerà i 120 trilioni di dollari costituendo il 40% di quello mondiale complessivo mentre quello americano sarà il 14% e l’europeo il 5%. Tale scenario implica una crescita cinese senza incidenti. Questa rubrica, invece, ritiene che: (a) prima o poi, per mancanza di democrazia, il ricambio nel potere politico troverà modi conflittuali, finora evitati, che romperanno l’ordine interno; (b) il modello trainato dall’export troverà limiti di crescita prima di poter essere sostituito da uno più bilanciato; (c) le élite cinesi non rinunceranno al modello  autoritario, pur ammorbidendolo, e ciò aumenterà le diseguaglianze rendendo instabile la società. Per uno, o la combinazione, di questi fattori è probabile che la Cina imploderà entro un decennio. Ciò definisce il dilemma cinese. Aiutare la Cina a non implodere o a riprendersi dopo la crisi vuol dire accettare la sua egemonia futura sul pianeta e con essa quella del capitalismo autoritario. Il non farlo implica il rischio di una depressione globale totale. Ambedue soluzioni inaccettabili. Altre? Costruire qualcosa più grande della Cina che possa condizionarla, per esempio un mercato delle democrazie che implica convergenza per accedervi, a partire da un nucleo euroamericano. Dopo Obama.      

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