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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2011-5-17

17/5/2011

La Libia è parte di una partita più grande che l’Italia dovrebbe giocare

L’informazione pubblica sui motivi dell’intervento in Libia è incompleta perché la strategia degli attori è rimasta coperta e riguarda uno scenario ampio non alla portata dell’analisi giornalistica. I retroscenisti, infatti, hanno dipinto un Sarkozy irriflessivo che tira bombe per motivi elettorali e petroliferi. Non sta in piedi. Sarkozy sarà anche strambo, ma è un professionista del potere. Cameron ed Obama sono leggerini, ma i rispettivi apparati imperiali no. E’ ora di chiarire cosa in realtà sia in gioco.        

Parigi aspira al ruolo di protettore degli arabi sunniti. In parte perché ha bisogno del sostegno islamico contro l’espansione cinese nell’Africa francofona. In parte perché i sauditi (sunniti) non si fidano più dell’America e cercano un altro alleato dotato di armi nucleari da contrapporre a quelle dell’Iran sciita. Per un po’ hanno pensato ad Israele. Ma la Francia si è infilata con garanzie nucleari. Per esempio, Sarkozy ha creato una base militare negli Emirati. Per inciso, uno scenario dell’Ifri nel 2003 raccomandava l’alleanza economica franco-araba come chance per la Francia di mantenersi competitiva nel mercato globale futuro. In tale contesto Riyadh ha chiesto a Parigi (o viceversa?) di sfruttare i moti arabi per prendere il controllo della Libia, mettendo in prima linea gli Emirati e le loro televisioni panarabe per nascondersi. Gheddafi, nonché l’Algeria, infatti, hanno sempre ostacolato i sauditi nel cartello petrolifero. Recentemente ambedue hanno “aperto” ai cinesi. Il Regno Unito si è ingaggiato con la Francia per ingabbiarla e non lasciarle l’esclusiva del ruolo di protettore dei sunniti. L’America lo stesso. La Germania si è messa contro perché ha una strategia di penetrazione economica nell’Iran e nell’Asia centrale, in congiunzione con la Turchia, ed in convergenza di fatto con Russia e Cina. La strategia francese è quella di prendere un doppio mandato: proconsolare dall’America sul Mediterraneo e tutoriale dall’Arabia. Ma il punto chiave dello scenario è la doppia guerra: (a) tra Iran ed Arabia, per esempio Tehran aizza gli sciiti negli Emirati a conduzione sunnita, Riyadh scatena i sunniti in Siria per eliminare l’influenza sciita; (b) l’Arabia è all’offensiva per dominare tutti i regimi arabi allo scopo di islamizzarli secondo il codice sunnita-wahabita, integrarli in un unico califfato di fatto per meglio difendere il potere, vacillante, dei Saud sulla Mecca. La Francia è pro. La Germania è contro. L’America appare indecisa, ma in realtà sta tentando la strategia più giusta per gli interessi occidentalisti: restare neutrali tra Arabia ed Iran per meglio condizionare ambedue e diventare il vero garante della Mecca. Per questo – e per la priorità di evitare la destabilizzazione wahabita di Algeria e Marocco -  Londra e Washington cercano di ingabbiare Parigi, ma associandosi per riportarla a convergenza. E’ presto per dire quali esiti avrà questo complesso gioco strategico nei teatri specifici di Egitto e Libia, ma è chiaro l’interesse nazionale italiano: stare con l’America, non prendere parte tra Arabia e Iran per puntare ad un mandato di vice-arbitro (honest broker) da parte dell’America stessa nel Mediterraneo. Allearsi con il Sudafrica per la stabilizzazione dell’Africa e da questa posizione aiutare la Francia in cambio di meno velleitaria aggressività. Contenere la Germania trovando con Russia e Turchia un progetto comune di stabilizzazione del Mediterraneo dove Arabia ed Iran restino periferici. L’Italia, inizialmente riluttante ad ingaggiarsi in Libia per difetto di informazione,  è stata poi convinta  da Washington e Londra a schierarsi, appunto, per meglio ingabbiare Parigi via Nato, in cambio di garanzie sui propri interessi. Ma ora dovrebbe prendere un’iniziativa propria di grande strategia, la rubrica raccomanda quella qui abbozzata.  

(c) 2011 Carlo Pelanda
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