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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2010-4-6

6/4/2010

Grazie alla fusione con Londra la Borsa di Milano contiene un megabusiness

Nei giorni scorsi sulla la stampa nostrana sono apparsi commenti lamentosi sul fatto che nessun italiano sieda nel CdA della Borsa Londra-Milano e che gli azionisti italiani (banche) restino frammentati invece che aggregarsi per essere più influenti. La rubrica trova sorprendenti tali espressioni. Anni fa la Borsa di Milano fu ceduta a quella di Londra ed è ovvio che quando si è in minoranza non si conta alcunché. Anche se si formasse un pacchetto italiano come azionista di riferimento della Borsa Londra-Milano, che vantaggio ci sarebbe? Qualcosina sul piano delle piattaforme tecniche in più. Ma non è questo che fa business. Che la Borsa, poi, sia in mano a Pinco o a Pallo, l’azionariato deve fare soldi (dagli scambi e servizi connessi). Quindi un commento più corretto sarebbe stato non uno di vago nazionalismo economico, ma quello tendente ad individuare come l’unità milanese della Borsa di Londra possa fare più soldi per se stessa, e dintorni di piazza finanziaria, nonché per il mercato italiano. Ed in materia – il punto – c’è un ottima notizia, ma non ancora ben diffusa, che merita scenario.

La grande opportunità per Milano è la replica, con propria autonomia di listino, del segmento Aim (Alternative Investment Market) della Borsa londinese. L’Aim ha bassi costi di ingresso, requisiti di quotazione semplificati, non deve sottostare alla pesantissima  regolazione Consob ed ammette  relazioni semplificate con gli investitori. In sintesi, si tratta di un inserimento dei concetti regolativi pragmatici, pur rigorosi, inglesi nel borbonico sistema italiano che facilita l’accesso delle piccole imprese alla Borsa. Non solo. L’Aim milanese (quello londinese quota circa 1.500 aziende) ha come perimetro tutta l’Europa meridionale e, in prospettiva, il Mediterraneo. Grande opportunità per tutti, ma stenta a decollare. Perché? Le piccole imprese temono la quotazione per la complicazione che porta in azienda. Se studiano l’Aim lo troveranno, invece, molto amichevole. E lo dovranno perché la restrizione del credito impone loro di aprire l’azionariato ad investitori. Infatti sta avvenendo. Ma manca un pezzo della catena finanziaria: più e più carichi di capitale fondi di “Private equity” e “PIPE” (Private Investment in Public Equity) specializzati nell’investire in piccole aziende quotate. Più questi aumenteranno e più piccole aziende troveranno investitori sull’Aim e motivo per andarci. Circa 300 in Italia potrebbero farlo subito, quasi mille entro un triennio. La Borsa di Milano contiene un megabusiness potenziale, per se e per l’economia italiana, grazie alla fusione con quella di Londra.       

(c) 2010 Carlo Pelanda
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