Nel decreto è chiara la volontà del governo di introdurre un federalismo di "valorizzazione", nel quale i beni vengono conferiti ai territori affinché siano meglio gestiti, anche grazie al controllo ravvicinato degli elettori. Non ha senso, ad esempio, che la proprietà delle spiagge e i ricavi dei canoni demaniali rimangano allo Stato, quando le competenze in materia di turismo sono delle Regioni. La politica di valorizzazione implica che un unico soggetto – nel rispetto del regime demaniale che vieta l’alienazione delle spiagge – divenga titolare sia della funzione sia del bene. Trattenendo i canoni demaniali avrà più interesse a valorizzarlo. Lo stesso vale per i fabbricati. Un Comune, creando una variante urbanistica, può estrarre grandi valori (economici, ambientali, sociali) da beni che altrimenti, rimanendo sotto la gestione di apparati centrali e remoti, resterebbero sotto-utilizzati e carichi di spese di manutenzione non bilanciate dai ricavi. La proposta di federalismo demaniale, poi, è consapevole della necessità di fornire agli Enti locali gli strumenti necessari alla buona gestione e generazione di valore. Per esempio, prevede il potenziamento dei fondi immobiliari, eliminando gli ostacoli che nella prassi ne hanno finora limitato l’utilizzo e favorendo la sinergia tra pubblico e privato. Tanti immobili “statali” sotto-utilizzati, situati nei centri delle città o nelle periferie, potranno diventare scuole, alberghi, centri polifunzionali, ecc. In questo modo, il federalismo demaniale permette di passare da una logica dove bastava definire la titolarità del bene – quella del codice civile del 1942 – a una visione più attiva che ne mette al centro la valorizzazione. Il patrimonio complessivo verrà trasferito agli enti territoriali che sono in grado di valorizzarlo meglio, anche al fine – in certi casi - di metterlo sul mercato, integrando il titolo di proprietà e la titolarità delle funzioni regolamentari/amministrative utili per tale esito. In sintesi, alla prima domanda si può rispondere che il trasferimento del patrimonio ha un’elevata probabilità di generare ricchezza crescente. Si può aggiungere che l’idea appare salvifica: l’Italia in difficoltà nel creare nuova ricchezza futura la trova nel suo passato denso d’investimenti locali e la immette nel futuro stesso via mobilizzazione. Alla rubrica, e al suo ospite, piace e per questo ne raccomandano l’applicazione rapida. Ma, spostando il patrimonio fuori dalla proprietà statale diretta, cosa garantirà il debito pubblico? Alcuni negano che il patrimonio sia una vera garanzia contro il debito. Ma in caso di guai grossi il mercato si aspetta che lo Stato venda patrimonio per riportarlo a sostenibilità. E tale garanzia, pur implicita, influenza il costo di rifinanziamento del debito stesso. Il problema c’è. Le soluzioni sono molteplici, ma quella di fondo è garantire al mercato che l’Italia non farà più crescere il debito. La Germania ha messo nella sua Carta fondamentale (giugno 2009) il divieto di fare deficit di bilancio a livello federale (massimo il 0,35% di deficit strutturale) dal 2016 in poi, ed a quello locale dal 2020. Probabilmente anche l’Italia dovrà studiare una norma costituzionale simile, di supergaranzia. Qui si raccomanda di avviare la ricerca anche per questa soluzione, ma sembra sensato ipotizzare uno scenario in cui l’Italia sarà capace di chiudere le passività “in alto” per aumentare gli attivi “in basso”.

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Nel decreto è chiara la volontà del governo di introdurre un federalismo di "valorizzazione", nel quale i beni vengono conferiti ai territori affinché siano meglio gestiti, anche grazie al controllo ravvicinato degli elettori. Non ha senso, ad esempio, che la proprietà delle spiagge e i ricavi dei canoni demaniali rimangano allo Stato, quando le competenze in materia di turismo sono delle Regioni. La politica di valorizzazione implica che un unico soggetto – nel rispetto del regime demaniale che vieta l’alienazione delle spiagge – divenga titolare sia della funzione sia del bene. Trattenendo i canoni demaniali avrà più interesse a valorizzarlo. Lo stesso vale per i fabbricati. Un Comune, creando una variante urbanistica, può estrarre grandi valori (economici, ambientali, sociali) da beni che altrimenti, rimanendo sotto la gestione di apparati centrali e remoti, resterebbero sotto-utilizzati e carichi di spese di manutenzione non bilanciate dai ricavi. La proposta di federalismo demaniale, poi, è consapevole della necessità di fornire agli Enti locali gli strumenti necessari alla buona gestione e generazione di valore. Per esempio, prevede il potenziamento dei fondi immobiliari, eliminando gli ostacoli che nella prassi ne hanno finora limitato l’utilizzo e favorendo la sinergia tra pubblico e privato. Tanti immobili “statali” sotto-utilizzati, situati nei centri delle città o nelle periferie, potranno diventare scuole, alberghi, centri polifunzionali, ecc. In questo modo, il federalismo demaniale permette di passare da una logica dove bastava definire la titolarità del bene – quella del codice civile del 1942 – a una visione più attiva che ne mette al centro la valorizzazione. Il patrimonio complessivo verrà trasferito agli enti territoriali che sono in grado di valorizzarlo meglio, anche al fine – in certi casi - di metterlo sul mercato, integrando il titolo di proprietà e la titolarità delle funzioni regolamentari/amministrative utili per tale esito. In sintesi, alla prima domanda si può rispondere che il trasferimento del patrimonio ha un’elevata probabilità di generare ricchezza crescente. Si può aggiungere che l’idea appare salvifica: l’Italia in difficoltà nel creare nuova ricchezza futura la trova nel suo passato denso d’investimenti locali e la immette nel futuro stesso via mobilizzazione. Alla rubrica, e al suo ospite, piace e per questo ne raccomandano l’applicazione rapida. Ma, spostando il patrimonio fuori dalla proprietà statale diretta, cosa garantirà il debito pubblico? Alcuni negano che il patrimonio sia una vera garanzia contro il debito. Ma in caso di guai grossi il mercato si aspetta che lo Stato venda patrimonio per riportarlo a sostenibilità. E tale garanzia, pur implicita, influenza il costo di rifinanziamento del debito stesso. Il problema c’è. Le soluzioni sono molteplici, ma quella di fondo è garantire al mercato che l’Italia non farà più crescere il debito. La Germania ha messo nella sua Carta fondamentale (giugno 2009) il divieto di fare deficit di bilancio a livello federale (massimo il 0,35% di deficit strutturale) dal 2016 in poi, ed a quello locale dal 2020. Probabilmente anche l’Italia dovrà studiare una norma costituzionale simile, di supergaranzia. Qui si raccomanda di avviare la ricerca anche per questa soluzione, ma sembra sensato ipotizzare uno scenario in cui l’Italia sarà capace di chiudere le passività “in alto” per aumentare gli attivi “in basso”.

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Nel decreto è chiara la volontà del governo di introdurre un federalismo di "valorizzazione", nel quale i beni vengono conferiti ai territori affinché siano meglio gestiti, anche grazie al controllo ravvicinato degli elettori. Non ha senso, ad esempio, che la proprietà delle spiagge e i ricavi dei canoni demaniali rimangano allo Stato, quando le competenze in materia di turismo sono delle Regioni. La politica di valorizzazione implica che un unico soggetto – nel rispetto del regime demaniale che vieta l’alienazione delle spiagge – divenga titolare sia della funzione sia del bene. Trattenendo i canoni demaniali avrà più interesse a valorizzarlo. Lo stesso vale per i fabbricati. Un Comune, creando una variante urbanistica, può estrarre grandi valori (economici, ambientali, sociali) da beni che altrimenti, rimanendo sotto la gestione di apparati centrali e remoti, resterebbero sotto-utilizzati e carichi di spese di manutenzione non bilanciate dai ricavi. La proposta di federalismo demaniale, poi, è consapevole della necessità di fornire agli Enti locali gli strumenti necessari alla buona gestione e generazione di valore. Per esempio, prevede il potenziamento dei fondi immobiliari, eliminando gli ostacoli che nella prassi ne hanno finora limitato l’utilizzo e favorendo la sinergia tra pubblico e privato. Tanti immobili “statali” sotto-utilizzati, situati nei centri delle città o nelle periferie, potranno diventare scuole, alberghi, centri polifunzionali, ecc. In questo modo, il federalismo demaniale permette di passare da una logica dove bastava definire la titolarità del bene – quella del codice civile del 1942 – a una visione più attiva che ne mette al centro la valorizzazione. Il patrimonio complessivo verrà trasferito agli enti territoriali che sono in grado di valorizzarlo meglio, anche al fine – in certi casi - di metterlo sul mercato, integrando il titolo di proprietà e la titolarità delle funzioni regolamentari/amministrative utili per tale esito. In sintesi, alla prima domanda si può rispondere che il trasferimento del patrimonio ha un’elevata probabilità di generare ricchezza crescente. Si può aggiungere che l’idea appare salvifica: l’Italia in difficoltà nel creare nuova ricchezza futura la trova nel suo passato denso d’investimenti locali e la immette nel futuro stesso via mobilizzazione. Alla rubrica, e al suo ospite, piace e per questo ne raccomandano l’applicazione rapida. Ma, spostando il patrimonio fuori dalla proprietà statale diretta, cosa garantirà il debito pubblico? Alcuni negano che il patrimonio sia una vera garanzia contro il debito. Ma in caso di guai grossi il mercato si aspetta che lo Stato venda patrimonio per riportarlo a sostenibilità. E tale garanzia, pur implicita, influenza il costo di rifinanziamento del debito stesso. Il problema c’è. Le soluzioni sono molteplici, ma quella di fondo è garantire al mercato che l’Italia non farà più crescere il debito. La Germania ha messo nella sua Carta fondamentale (giugno 2009) il divieto di fare deficit di bilancio a livello federale (massimo il 0,35% di deficit strutturale) dal 2016 in poi, ed a quello locale dal 2020. Probabilmente anche l’Italia dovrà studiare una norma costituzionale simile, di supergaranzia. Qui si raccomanda di avviare la ricerca anche per questa soluzione, ma sembra sensato ipotizzare uno scenario in cui l’Italia sarà capace di chiudere le passività “in alto” per aumentare gli attivi “in basso”.

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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2010-1-19

19/1/2010

Il federalismo demaniale darà ricchezza ma richiederà una nuova garanzia per il debito

La legge delega sul federalismo fiscale (l. n. 42/2009) inizia a produrre conseguenze. Nei prossimi giorni arriverà alla "Conferenza unificata" il decreto legislativo, approvato dal governo a fine dicembre, che avvia il “federalismo demaniale”, cioè il trasferimento dallo Stato agli enti territoriali del demanio marittimo (spiagge), idrico (fiumi, laghi), degli aeroporti d’interesse regionale, delle miniere e degli immobili di proprietà statale. E’ una novità di enorme portata che pone due domande principali. Il trasferimento di gestione del patrimonio pubblico ne aumenterà o ridurrà i valori? Il patrimonio è una garanzia implicita del debito nazionale, ma se viene trasferito dallo Stato agli Enti locali cosa garantirà il debito stesso? Il Prof. Paolo Savona ha scritto parole preoccupate in merito. Per scenarizzare in materia così specialistica, ma d’interesse generale, la rubrica ha chiesto aiuto al Prof. Luca Antonini perché attore nel gruppo tecnico che elabora la nuova legislazione.

Nel decreto è chiara la volontà del governo di introdurre un federalismo di "valorizzazione", nel quale i beni vengono conferiti ai territori affinché siano meglio gestiti, anche grazie al controllo ravvicinato degli elettori. Non ha senso, ad esempio, che la proprietà delle spiagge e i ricavi dei canoni demaniali rimangano allo Stato, quando le competenze in materia di turismo sono delle Regioni. La politica di valorizzazione implica che un unico soggetto – nel rispetto del regime demaniale che vieta l’alienazione delle spiagge – divenga titolare sia della funzione sia del bene. Trattenendo i canoni demaniali avrà più interesse a valorizzarlo. Lo stesso vale per i fabbricati. Un Comune, creando una variante urbanistica, può estrarre grandi valori (economici, ambientali, sociali) da beni che altrimenti, rimanendo sotto la gestione di apparati centrali e remoti, resterebbero sotto-utilizzati e carichi di spese di manutenzione non bilanciate dai ricavi. La proposta di federalismo demaniale, poi, è consapevole della necessità di fornire agli Enti locali gli strumenti necessari alla buona gestione e generazione di valore. Per esempio, prevede il potenziamento dei fondi immobiliari, eliminando gli ostacoli che nella prassi ne hanno finora limitato l’utilizzo e favorendo la sinergia tra pubblico e privato. Tanti immobili “statali” sotto-utilizzati, situati nei centri delle città o nelle periferie, potranno diventare scuole, alberghi, centri polifunzionali, ecc. In questo modo, il federalismo demaniale permette di passare da una logica dove bastava definire la titolarità del bene – quella del codice civile del 1942 – a una visione più attiva che ne mette al centro la valorizzazione. Il patrimonio complessivo verrà trasferito agli enti territoriali che sono in grado di valorizzarlo meglio, anche al fine – in certi casi - di metterlo sul mercato, integrando il titolo di proprietà e la titolarità delle funzioni regolamentari/amministrative utili per tale esito. In sintesi, alla prima domanda si può rispondere che il trasferimento del patrimonio ha un’elevata probabilità di generare ricchezza crescente. Si può aggiungere che l’idea appare salvifica: l’Italia in difficoltà nel creare nuova ricchezza futura la trova nel suo passato denso d’investimenti locali e la immette nel futuro stesso via mobilizzazione. Alla rubrica, e al suo ospite, piace e per questo ne raccomandano l’applicazione rapida. Ma, spostando il patrimonio fuori dalla proprietà statale diretta, cosa garantirà il debito pubblico? Alcuni negano che il patrimonio sia una vera garanzia contro il debito. Ma in caso di guai grossi il mercato si aspetta che lo Stato venda patrimonio per riportarlo a sostenibilità. E tale garanzia, pur implicita, influenza il costo di rifinanziamento del debito stesso. Il problema c’è. Le soluzioni sono molteplici, ma quella di fondo è garantire al mercato che l’Italia non farà più crescere il debito. La Germania ha messo nella sua Carta fondamentale (giugno 2009) il divieto di fare deficit di bilancio a livello federale (massimo il 0,35% di deficit strutturale) dal 2016 in poi, ed a quello locale dal 2020. Probabilmente anche l’Italia dovrà studiare una norma costituzionale simile, di supergaranzia. Qui si raccomanda di avviare la ricerca anche per questa soluzione, ma sembra sensato ipotizzare uno scenario in cui l’Italia sarà capace di chiudere le passività “in alto” per aumentare gli attivi “in basso”.

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