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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2009-7-7

7/7/2009

Perché l’offensiva americana in Afghanistan andrebbe caricata di più violenza

L’offensiva statunitense nella valle dell’Helmand inaugura una nuova fase della guerra in Afghanistan. L’America sta rischierando in quell’area truppe prima impegnate in Iraq. Finora i mezzi disponibili hanno permesso solo il presidio passivo e parziale dell’area. Ora i mezzi maggiori permetteranno di attuare  uno scopo politico-strategico voluto e risolutivo. Quale?

La comunicazione pubblica del Pentagono, ripetuta sui media con pochi sforzi di  analisi ulteriore, fa intendere che nell’Helmand si sperimenterà la politica di presidio permanente dei territori con priorità sul consenso delle popolazioni locali piuttosto che sul numero di nemici uccisi. Ciò fa intendere lo scopo finale di un controllo diffuso del territorio. Ma chi lo farà? Il governo afghano, diversamente dall’Iraq, non sarà in grado per i prossimi dieci anni di organizzare una forza sufficiente ad ottenere il monopolio della violenza. Resteranno per decenni almeno 100 mila soldati statunitensi? Improbabile. Quale condizione, pertanto, renderà possibile la governabilità delle singole aree? Probabilmente il Pentagono punta ad un modello di autogoverno locale sostanziale concedendolo alle tribù, per lo più di etnia Pashtun nel sudovest esposto alla pressione talebana, in cambio di impegno all’ordine, così minimizzando il fabbisogno di presidio esterno. Per questo obiettivo e per sostituire l’economia basata sull’oppio si potrà usare il modello bosniaco: dare soldi e il loro controllo distributivo ai leader per incentivarli ad aderire allo schema. Ma manca qualcosa. Fino a che anche pochi talebani e simili resteranno nei dintorni l’accordo resterà instabile. Quindil’America deve dare una batosta ai talebani. Sta succedendo, ma l’intensità della violenza è solo media, pur ben organizzata con il cordone di stritolamento offerto da pakistani ed iraniani, come se l’obiettivo fosse la ricerca di un compromesso e non la resa totale del nemico. Comprensibile. La priorità americana è evitare che i talebani sostengano Al Qaida con le sue residue, ma ancora notevoli, capacità di portare colpi. Una volta ottenuto questo risultato il fronte afghano perderà rilevanza. Quindi, in sostanza, l’offensiva serve a creare un compromesso per poi potersene andare. Probabilmente è questo che non può essere detto pubblicamente. Ma è troppo evidente e rischia di compromettere l’azione rendendo profetizzabile il ritorno dei taleban-qaidisti dopo il ritiro americano. Tale rischio può essere ridotto solo aumentando le quantità di talebani uccisi fino alla loro annichilazione, dissuasione utile anche per l’area pakistana. Darà Obama questo ordine?  

(c) 2009 Carlo Pelanda
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