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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2008-10-2

2/10/2008

La crisi va gestita per renderla produttiva

Divertiamoci. Da un trimestre la crisi sta risolvendo più problemi di quanti ne crei. Fino ad agosto, globalmente, c’era un’inflazione mortifera, difficilmente correggibile. A settembre, grazie all’implosione dell’America, la domanda globale è caduta a picco trascinando il prezzo del petrolio e dintorni. Ora c’è rischio di deflazione, ma non più di inflazione (a medio). L’effetto combinato di riduzione dei prezzi e dei tassi in America ed Europa equivarrà, a breve, ad uno stimolo fiscale di circa il 10% per i redditi medio/bassi. Non male. Sul piano geopolitico la crisi ha invertito lo scenario di fine dell’occidente e di emersione di nuovi poteri. Senza il traino globale della locomotiva americana, ed europea, questi paesi, dipendenti dall’export e dal prezzo delle materie prime, sono in crisi economiche tali da ipotizzare rovesciamenti dei loro regimi. Geniale: invece di scassarci per contenere Cina, Russia, Iran, Venezuela, ecc., basta fare una bella recessione per birillarli. I loro temibili fondi sovrani hanno registrato perdite paurose. Ma il beneficio maggiore è venuto dalla crisi bancaria. Se fosse capitata più tardi avrebbe fatto implodere all’istante una montagna di centinaia di trilioni di dollari. Ingestibile. Mentre per il come sta avvenendo, alla fine, costerà sui 5 trilioni  - un’inezia - e impedirà il collasso totale del settore. In sintesi, i primi tre mesi della “nuova crisi” sono stati produttivi. Lo saranno anche i prossimi?

 Dipende da quando l’America ripartirà e dalla rifinanziarizzazione dell’economia o meno. L’America si riprenderà a giugno, ma con crescita insufficiente a trainare il resto del mondo. L’industria finanziaria resterà depressa e ciò farà mancare capitale. L’Europa stagnerà, condannata dal suo modello inefficiente, l’euro a rischio di dissoluzione. Per rendere produttiva la crisi bisognerà usarla come motivo per tre innovazioni: (a) integrare la locomotiva americana in riparazione con quella, pur scassata, europea, creando un accordo euro/dollaro, anche per salvare il primo, rafforzando così il centro economico del pianeta; (b) regolare la finanza non ingabbiandola, ma per ridarle nuove capacità di leva e così far tornare abbondante il capitale; (c) salvare i regimi cinese, russo, iraniano, ecc. per evitarne nazionalismi bellicisti, ma condizionandoli. Obama, visto lo staff che gli hanno imposto, è su questa linea, ma potrebbe optare per un accordo con i cinesi: Pechino dare soldi, Obama fare boom. L’Europa resterebbe marginalizzata e nei guai. Per questo i governanti europei dovrebbero trasformarsi in fretta da gufi, o galline, in aquile.

(c) 2008 Carlo Pelanda
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