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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2009-10-6

6/10/2009

I dubbi di Obama sull'Afghnistan sono finti

Da due settimane l’Amministrazione Obama sta cercando di congelare il dibattito sull’Afghanistan relativo al restare o andarsene. Si è perfino sfiorato il ridicolo. Davanti al Congresso il ministro della Difesa, B. Gates, ha detto che “non era appropriato” fare un’audizione parlamentare al generale S. McChrystal che in un rapporto riservato, e fatto filtrare, mesi fa aveva chiesto 40.000 soldati in più subito per presidiare il territorio prima che fosse troppo tardi. Obama, dopo perentorie affermazioni sia in campagna sia in primavera sulla necessità di vincere quella guerra perché giusta ha dichiarato che deciderà solo quando sarà chiara la strategia, tra quattro mesi. Sono segnali di ritirata imminente o di altro?

Obama sta congelando il caso perché la maggioranza di sinistra nel Congresso è favorevole al ritiro e nei prossimi mesi la vuole il più compatta possibile per far passare la riforma sanitaria che è sua priorità assoluta. Il caso Afghanistan dividerebbe e interferirebbe, meglio posporlo. Comprensibile. Ma dopo cosa farà? Il restare mandando più truppe aumenterà i morti, per ovvii motivi statistici, ed i costi esponendolo sia a problemi con il Congresso – che ne ha capito la debolezza di carattere e lo ricatta  -  sia con l’elettorato che è al 50% favorevole al ritorno a casa. L’aumento della disoccupazione accrescerà la pressione per allocare diversamente le risorse. Ma se desse l’ordine di disingaggio sarebbe mangiato vivo dall’America profonda e dileggiato dai repubblicani con un danno tale da annullare l’effetto della riforma sanitaria approvata. E perderebbe la rielezione del 2012 per abbandono dell’elettorato centrista. Quindi sta cercando, in prima istanza, una soluzione di ritirata che non risulti una fuga. Per questo è stata fatta filtrare via media ed esperti amici l’idea di separare l’azione contro i talebani da quella contro Al Qaida cessando la prima e intensificando la seconda con mezzi militari selettivi. L’idea è sensata perché la strategia di occupare il territorio direttamente genera antagonismi diffusi. Ma bisognava farlo prima, già nel 2002. Ora è tardi. Un qualsiasi ritiro comunque cosmetizzato sarebbe visto, internamente ed esternamente, come una sconfitta a detrimento della credibilità americana..  Inoltre destabilizzerebbe anche il Pakistan ed il resto dell’Asia centrale. Per questo sceglierà la via della afghanizzazione del conflitto accelerando l’organizzazione di una forza armata locale, cosa finora fatta poco e male, ed annunciando che il ritiro avverrà dopo, gradualmente, dal 2013. Questa sarà la strategia perché altro non può fare.    

(c) 2009 Carlo Pelanda
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