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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2007-10-23

23/10/2007

Il ritorno della storia

Fino a pochi anni fa, per indicare il periodo storico corrente, i ricercatori/scenaristi usavano il termine “post guerra fredda” o lo lasciavano innominato. Quello di “fine della storia” – il trionfo del “capitalismo democratico” - proposto da Francis Fukuyama non fu mai considerato dalla scenaristica più tecnica. Nel 1995 “post post guerra fredda” fu suggerito dall’Ufficio scenari del Pentagono al rubricante ed a Giuseppe Cucchi, allora direttore del Ce.Mi.S.S. ed ora del Cesis. Ma non piacque e uscendo dal Pentagono cercammo un altro termine che rendesse meglio lo scenario, in atto, di transizione del mondo dall’ordine al disordine. Il rubricante, nei suoi corsi alla University of Georgia (che Wikipedia mette sul Mar Nero, ma è nei pressi di Atlanta) scelse “detransizione” per segnalare che l’America, pur restando superpotenza,  era diventata troppo “piccola” per governare il sistema mondiale come aveva fatto dal 1945 in poi. Ma non ebbe presa. Nel 2004 gli studiosi statunitensi riuniti in convegno si chiesero se l’egemonia americana dovesse essere liscia, gassata o “ferrarelle” senza accorgersi che non esisteva più. Dal 2006 c’è convergenza su “riequilibrio mondiale dei poteri”, cioè la versione neutrale di “detransizione” che enfatizza la fine del dominio occidentale. Ma nel 2007 il “riequilibrio” ha tratti precisi. La Russia annuncia una politica di potenza. La Cina sta conquistando Africa e America latina nonché riarmandosi, senza annunciarlo. Washington, distratta dall’Iraq, sta reagendo solo ora. Potenze minori hanno preso posizioni aggressive. Quale termine è ora il più adeguato?

I media hanno optato per “ Nuova guerra fredda”.  Certamente vi sarà un conflitto tra due blocchi ideologici, capitalismo autoritario e democratico. Ma la situazione è meglio rappresentata dal modello dei “blocchi multipli”, simile a quello a “palle di biliardo” del 1800. Il pianeta, infatti, si sta frammentando in tante meganazioni che perseguono l’aumento della propria sfera di influenza, tutti contro tutti, con alleanze brevi e solo strumentali, i più riducendo quella americana precedente. La Cina vuole espellere lentamente Washington dal Pacifico e dall’Asia centrale. La Russia dovrà difendere la Siberia dalla conquista cinese, ma ha la priorità di recuperare spazi geopolitici contro gli europei e gli americani. L’America reagisce contrattaccando, ma come uno dei blocchi e non più come potenza ordinatrice. L’Europa impaurita le si avvicina. L’India e il Giappone anche, ma tenendo mani libere. Pertanto il miglior termine appare “geopolitica del caos”, titolo dell’ultimo bel libro di Carlo Jean.   

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