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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2007-7-31

31/7/2007

Per non perdere le capacità di innovazione l’Italia dovrà adottare la dottrina De Maio

Nei capannoni italiani c’è molta innovazione tecnologica che fa fatica ad andare sul mercato. Vicino a Napoli una microazienda sta disegnando un modello di minielicottero del tutto innovativo a livello di motore e rotore, ma lo sviluppo è ostacolato da fattori di dimensione e capitale. A Brescia è in sviluppo una macchina superefficiente che trasforma ogni materiale organico in combustibile sintetico. Ma l’ambiente normativo, non prevedendo questa nuova tecnologia che allo stesso tempo elimina rifiuti e genera energia, sta ostacolando i lavori. Un imprenditore piemontese ha ottenuto un nuovo supermateriale che renderebbe possibile costruire grattacieli alti mille metri in zone sismiche nonché edifici autoevolutivi. Ma la novità resta nel cassetto perché non c’è domanda. Migrerà. Questi casi ne esemplificano centinaia. In America, Francia, Germania e Regno Unito si sentono meno problemi del tipo detto perché l’innovazione è fatta da aziende più grandi e sostenuta dal sistema pubblico in modi da ridurne i rischi e le barriere regolamentari. In Italia non si potrà risolvere in poco tempo il problema di scala delle aziende e quello dell’arretratezza finanziaria. Ma si potrebbe sperare che il sistema pubblico aiuti l’innovazione così bilanciando le mancanze di altri fattori. Infatti da tempo Adriano De Maio, mitico ex-rettore del Politecnico di Milano, propone la seguente dottrina: se un ente pubblico compra innovazione la favorisce sia sul piano del capitale sia su quello dell’inserimento nel mercato e dell’adeguamento normativo. Come mai tale soluzione, adottata da altre nazioni, non è in atto? In parte perché la cultura politica italiana non è sufficientemente ambiziosa e competente per usare le risorse pubbliche come motore di futurizzazione diffusa e competitiva. In parte perché la spesa pubblica nazionale e locale, dove non dissipativa e clientelare, massimizza il criterio del risparmio non incrociandolo con quello sistemico del vantaggio innovativo. Pertanto questa rubrica chiede: (a) al Prof. De Maio di dettagliare l’analisi dei  settori in cui le acquisizioni di innovazione da parte di enti pubblici possono essere più produttive; (b) al giurista modernizzante Fabio Roversi Monaco, mitico ex-rettore dell’Università di Bologna, di stimolare la ricerca per trovare un criterio di spesa pubblica che combini risparmio e qualità innovativa; (c) al Foglio di premere sulla politica affinché adotti la dottrina De Maio. Scenario? Se il sistema pubblico non riuscirà a sostenere l’innovazione tecnologica diventandone cliente, allora questa sparirà dall’Italia entro 10/15 anni.

(c) 2007 Carlo Pelanda
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