globalizzazione ha trasformato la povertà in fattore competitivo e quindi in capitalizzazione. Ma fino al 2004 andava pianino perché la crescita, oltre che dalla mancanza di infrastrutture, era limitata da una democrazia funzionante di eredità britannica  in una società dove 1/3 della popolazione era ceto modernizzante ed il resto bloccato da tradizionalismo ed assistenzialismo. Da un lato, fin dagli anni ’90 l’India ha mostrato  capacità autonome di progresso, ma dall’altro questo era meno veloce dei ritmi economici impressi in Cina dalle sue élite neoimperiali. Nel 2005 una parte del mercato si accorse che lo stellare sviluppo cinese generava troppe sovracapacità, che non era trainato dalla tecnologia, ma dalla competitività sleale valutaria e sociale, che era drogato da investimenti stranieri diretti giustificati da profezie più che da analisi razionali e che era una bolla destinata a sgonfiarsi. Inoltre i partner cinesi spesso non erano affidabili, le tutele giuridiche vaghe. Tale sensazione spostò parecchi attori del business globale, tra cui la Fiat, dalla Cina all’India con sviluppo trainato dalla tecnologia, dotata di credibilità legale e socialmente stabilizzata dalla democrazia. Ma la sensazione fu solo in parte spontanea e molto di più indotta. L’America si accorse che l’India era un alleato chiave  per contenere il potere cinese in Asia, per isolare la vocazione nucleare dell’Iran che New Dehli sosteneva per co-interessenza e per tenere calmo il Pakistan. Ma non era possibile un’alleanza esplicita per la persistenza nel sistema politico indiano sia di un forte nazionalismo, a destra, sia della posizione di non-allineamento, a sinistra. Pertanto qualche stratega decise di dare all’India dei benefici incentivanti per via silenziosa: sabotaggio comunicativo riservato dell’attrattività cinese ed esaltazione di quella indiana, accesso al business globale per élite indiane, fine delle sanzioni di fatto accese a metà degli anni ‘90 per il riarmo nucleare non concordato, “sussurri” al mercato di investire in India. Questo fatto geopolitico è il turbo del boom. La Cina reagisce con seduzioni all’India, ma questa sarà cooptata nel G8 e Pechino no (vedi: www.lagrandealleanza.it). Giuseppe, ti offro questa intelligence per riparare ad una citazione, credimi giocosa, che mi dicono ti abbia infastidito. Ma ammetti che a Prodi spiegate tutto e gli fate fare bella figura a New Dehli mentre a D’Alema dite meno lasciandolo sollecitare, poverino, affari italo-cinesi mentre il business è in India.

" /> globalizzazione ha trasformato la povertà in fattore competitivo e quindi in capitalizzazione. Ma fino al 2004 andava pianino perché la crescita, oltre che dalla mancanza di infrastrutture, era limitata da una democrazia funzionante di eredità britannica  in una società dove 1/3 della popolazione era ceto modernizzante ed il resto bloccato da tradizionalismo ed assistenzialismo. Da un lato, fin dagli anni ’90 l’India ha mostrato  capacità autonome di progresso, ma dall’altro questo era meno veloce dei ritmi economici impressi in Cina dalle sue élite neoimperiali. Nel 2005 una parte del mercato si accorse che lo stellare sviluppo cinese generava troppe sovracapacità, che non era trainato dalla tecnologia, ma dalla competitività sleale valutaria e sociale, che era drogato da investimenti stranieri diretti giustificati da profezie più che da analisi razionali e che era una bolla destinata a sgonfiarsi. Inoltre i partner cinesi spesso non erano affidabili, le tutele giuridiche vaghe. Tale sensazione spostò parecchi attori del business globale, tra cui la Fiat, dalla Cina all’India con sviluppo trainato dalla tecnologia, dotata di credibilità legale e socialmente stabilizzata dalla democrazia. Ma la sensazione fu solo in parte spontanea e molto di più indotta. L’America si accorse che l’India era un alleato chiave  per contenere il potere cinese in Asia, per isolare la vocazione nucleare dell’Iran che New Dehli sosteneva per co-interessenza e per tenere calmo il Pakistan. Ma non era possibile un’alleanza esplicita per la persistenza nel sistema politico indiano sia di un forte nazionalismo, a destra, sia della posizione di non-allineamento, a sinistra. Pertanto qualche stratega decise di dare all’India dei benefici incentivanti per via silenziosa: sabotaggio comunicativo riservato dell’attrattività cinese ed esaltazione di quella indiana, accesso al business globale per élite indiane, fine delle sanzioni di fatto accese a metà degli anni ‘90 per il riarmo nucleare non concordato, “sussurri” al mercato di investire in India. Questo fatto geopolitico è il turbo del boom. La Cina reagisce con seduzioni all’India, ma questa sarà cooptata nel G8 e Pechino no (vedi: www.lagrandealleanza.it). Giuseppe, ti offro questa intelligence per riparare ad una citazione, credimi giocosa, che mi dicono ti abbia infastidito. Ma ammetti che a Prodi spiegate tutto e gli fate fare bella figura a New Dehli mentre a D’Alema dite meno lasciandolo sollecitare, poverino, affari italo-cinesi mentre il business è in India.

"/> globalizzazione ha trasformato la povertà in fattore competitivo e quindi in capitalizzazione. Ma fino al 2004 andava pianino perché la crescita, oltre che dalla mancanza di infrastrutture, era limitata da una democrazia funzionante di eredità britannica  in una società dove 1/3 della popolazione era ceto modernizzante ed il resto bloccato da tradizionalismo ed assistenzialismo. Da un lato, fin dagli anni ’90 l’India ha mostrato  capacità autonome di progresso, ma dall’altro questo era meno veloce dei ritmi economici impressi in Cina dalle sue élite neoimperiali. Nel 2005 una parte del mercato si accorse che lo stellare sviluppo cinese generava troppe sovracapacità, che non era trainato dalla tecnologia, ma dalla competitività sleale valutaria e sociale, che era drogato da investimenti stranieri diretti giustificati da profezie più che da analisi razionali e che era una bolla destinata a sgonfiarsi. Inoltre i partner cinesi spesso non erano affidabili, le tutele giuridiche vaghe. Tale sensazione spostò parecchi attori del business globale, tra cui la Fiat, dalla Cina all’India con sviluppo trainato dalla tecnologia, dotata di credibilità legale e socialmente stabilizzata dalla democrazia. Ma la sensazione fu solo in parte spontanea e molto di più indotta. L’America si accorse che l’India era un alleato chiave  per contenere il potere cinese in Asia, per isolare la vocazione nucleare dell’Iran che New Dehli sosteneva per co-interessenza e per tenere calmo il Pakistan. Ma non era possibile un’alleanza esplicita per la persistenza nel sistema politico indiano sia di un forte nazionalismo, a destra, sia della posizione di non-allineamento, a sinistra. Pertanto qualche stratega decise di dare all’India dei benefici incentivanti per via silenziosa: sabotaggio comunicativo riservato dell’attrattività cinese ed esaltazione di quella indiana, accesso al business globale per élite indiane, fine delle sanzioni di fatto accese a metà degli anni ‘90 per il riarmo nucleare non concordato, “sussurri” al mercato di investire in India. Questo fatto geopolitico è il turbo del boom. La Cina reagisce con seduzioni all’India, ma questa sarà cooptata nel G8 e Pechino no (vedi: www.lagrandealleanza.it). Giuseppe, ti offro questa intelligence per riparare ad una citazione, credimi giocosa, che mi dicono ti abbia infastidito. Ma ammetti che a Prodi spiegate tutto e gli fate fare bella figura a New Dehli mentre a D’Alema dite meno lasciandolo sollecitare, poverino, affari italo-cinesi mentre il business è in India.

" />



 ENGLISH VERSION


 VITA
  Biografia    Gallery     Interviste    Premi     CPTV

 PUBBLICAZIONI

  Libri    Saggi    Ricerche
  Articoli dal 1998

 LETTERE

  Scrivi a CP
  Leggi le lettere    Archivio

 CERCA


Carlo A. Pelanda
menu
fb Tw g+ print

Il Foglio

2007-2-13

13/2/2007

C’è una relazione tra boom dell’India e sua cooptazione nel perimetro occidentale

Come mai l’India è passata in poco tempo dallo sviluppo lento a quello rapido? Certamente la globalizzazione ha trasformato la povertà in fattore competitivo e quindi in capitalizzazione. Ma fino al 2004 andava pianino perché la crescita, oltre che dalla mancanza di infrastrutture, era limitata da una democrazia funzionante di eredità britannica  in una società dove 1/3 della popolazione era ceto modernizzante ed il resto bloccato da tradizionalismo ed assistenzialismo. Da un lato, fin dagli anni ’90 l’India ha mostrato  capacità autonome di progresso, ma dall’altro questo era meno veloce dei ritmi economici impressi in Cina dalle sue élite neoimperiali. Nel 2005 una parte del mercato si accorse che lo stellare sviluppo cinese generava troppe sovracapacità, che non era trainato dalla tecnologia, ma dalla competitività sleale valutaria e sociale, che era drogato da investimenti stranieri diretti giustificati da profezie più che da analisi razionali e che era una bolla destinata a sgonfiarsi. Inoltre i partner cinesi spesso non erano affidabili, le tutele giuridiche vaghe. Tale sensazione spostò parecchi attori del business globale, tra cui la Fiat, dalla Cina all’India con sviluppo trainato dalla tecnologia, dotata di credibilità legale e socialmente stabilizzata dalla democrazia. Ma la sensazione fu solo in parte spontanea e molto di più indotta. L’America si accorse che l’India era un alleato chiave  per contenere il potere cinese in Asia, per isolare la vocazione nucleare dell’Iran che New Dehli sosteneva per co-interessenza e per tenere calmo il Pakistan. Ma non era possibile un’alleanza esplicita per la persistenza nel sistema politico indiano sia di un forte nazionalismo, a destra, sia della posizione di non-allineamento, a sinistra. Pertanto qualche stratega decise di dare all’India dei benefici incentivanti per via silenziosa: sabotaggio comunicativo riservato dell’attrattività cinese ed esaltazione di quella indiana, accesso al business globale per élite indiane, fine delle sanzioni di fatto accese a metà degli anni ‘90 per il riarmo nucleare non concordato, “sussurri” al mercato di investire in India. Questo fatto geopolitico è il turbo del boom. La Cina reagisce con seduzioni all’India, ma questa sarà cooptata nel G8 e Pechino no (vedi: www.lagrandealleanza.it). Giuseppe, ti offro questa intelligence per riparare ad una citazione, credimi giocosa, che mi dicono ti abbia infastidito. Ma ammetti che a Prodi spiegate tutto e gli fate fare bella figura a New Dehli mentre a D’Alema dite meno lasciandolo sollecitare, poverino, affari italo-cinesi mentre il business è in India.

(c) 2007 Carlo Pelanda
FB TW G+

(c) 1999 Carlo Pelanda
Contacts: public@carlopelanda.com
website by: Filippo Brunelli