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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2006-9-16

16/9/2006

La giusta strategia per l'Iran è di tipo lento

Da tempo think tank occidentali sia governativi sia privati stanno analizzando le possibili strategie di gestione della questione iraniana

Qual è la giusta strategia per risolvere la questione iraniana? La guerra aperta per il cambiamento del regime è infattibile. Quella selettiva per eliminare il potenziale offensivo è fattibile, ma portatrice più di problemi che di soluzioni. Le sanzioni economiche sono inefficaci, ma un loro impiego combinato con metodi di guerra informativa e a bassa intensità potrebbe funzionare.  

L’economia iraniana è arretrata e chiusa. Si basa esclusivamente sulla spesa pubblica alimentata dai proventi del petrolio, che è stata recentemente triplicata grazie all’aumento dei prezzi. I giacimenti petroliferi sono sfruttati con tecnologie vecchie e per questo la produzione del greggio sta declinando. La licenza di sfruttamento di nuovi è compromessa dal fatto che gruppi esteri e tecnologicamente dotati ritardano l’investimento per timore di un conflitto. Inoltre l’accesso privilegiato al business petrolifero è dato ad imprese inefficienti vicine ai Pasdaran. In generale, tra nuovi investimenti e quelli di modernizzazione, sarebbero necessari circa 150 miliardi di dollari per rendere produttivo il potenziale petrolifero iraniano. L’Iran, poi, ha poca capacità di raffinazione e deve importare il 40% del carburante usato localmente. Che la popolazione è abituata a pagare pochi centesimi al litro. Va scartata l’idea di un blocco delle esportazioni di petrolio perché ne alzerebbe troppo i prezzi, troverebbe l’opposizione di Cina e Giappone che sono grandi importatori, soprattutto, compatterebbe la popolazione a fianco del regime di fronte all’aggressione diretta. Potrebbe essere efficace, invece, la seguente strategia di soffocamento a bassa visibilità: (a) sanzioni formali, ma indirette, che impediscano investimenti esteri e l’accesso a tecnologie; (b) punizioni riservate e mirate che disincentivino chi commercia con l’Iran; (e) operazioni segrete di sabotaggio di impianti e raffinerie; (g) azioni informative che svelino agli iraniani la corruzione attorno al ciclo del petrolio. Tale modello ridurrebbe lentamente la spesa pubblica, ma aumenterebbe velocemente il prezzo locale dei carburanti e l’inflazione e imputerebbe il regime di malgoverno. Il malcontento conseguente potrebbe favorire un cedimento della leadership. In conclusione, sanzioni dirette e visibili, con scopi condizionanti, paiono inefficaci e controproducenti. Un mix di sanzioni dirette poco visibili alla popolazione, indirette e operazioni riservate, con scopo la destabilizzazione del regime, invece, potrebbero essere efficaci nell’arco, strategicamente utile, di 3 anni. Si raccomanda l’approfondimento di questa strategia lenta.  

(c) 2006 Carlo Pelanda
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