Dmitri Trenin (Carnegie, Mosca) ritiene che sia ormai definitivo l’abbandono dell’Occidente da parte della Russia. Tale analisi registra il deterioramento delle relazioni tra Mosca e Washington e tra la prima e l’Unione europea. Dopo l’11 settembre Putin propose a Bush la seguente alleanza: la Russia concedeva all’America la leadership, ma in cambio voleva essere riconosciuta come suo partner principale e proconsole nell’Asia centrale. Bush rifiutò. Non solo, ma anche inviò truppe americane dappertutto in tale area con la scusa dell’intervento in Afghanistan.  Putin, anche incalzato dalle élite nazionaliste, reagì scommettendo sulla formazione di un asse eurasiatico Parigi-Berlino-Mosca capace di bilanciare il potere statunitense e di costringerlo a compromessi. Ma gli europei, nel 2004, rientrarono nei ranghi atlantici. E sostennero l’ala antirussa in Ucraina mostrando la volontà di portare l’Unione fino ai confini della Russia interna. Così Mosca trovò confermata la collocazione marginale ed ambigua nel sistema occidentale assegnatole dall’incompleta strategia americana formulata nel 1991: a metà tra nazione sconfitta a cui era solo chiesto di ritirarsi, non scocciando, e potenza semicooptata nell’occidente. Partner Nato e della Ue, ma troppo grossa per poter diventare membro a titolo pieno di ambedue senza modificarne la struttura. Per tale barriera prospettica, oltre alle umiliazioni, la politica interna ed estera russa si sta muovendo verso una direzione neo-imperiale. E sempre con più decisione perché Putin è rafforzato dal nuovo potere energetico e da quello geoeconomico conseguente. Ciò non vuol dire che diventerà antioccidentale, ma che negozierà ogni questione sulla base dei propri interessi sovrani e concreti. Le diplomazie occidentali sono preoccupate, ma rassegnate. Questa rubrica, invece, vede il distacco di Mosca come una grave amputazione della forza occidentale che impedirà il contenimento dell’Iran, il condizionamento della Cina e la stabilità energetica globale. Quindi invoca attenzione sulla priorità di riportare attivamente la Russia nell’alleanza tentando quello che America ed Europa mai hanno voluto fare: aprire lo spazio occidentale al gigante russo per farlo stare comodo. Troppo tardi ed impossibile, secondo i “realisti analitici”. Ma lo scenario di “realismo sistemico” mostra che: (a) l’occidente euroamericano è ormai troppo piccolo per reggere alle sfide globali e ci vuole un terzo pilastro russo per riuscirci; (b) in caso di cedimento dell’occidente la Russia sarà sopraffatta da Cina ed Islam e ciò non le conviene. Giuliano, seminario a Mosca?     

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"/> Dmitri Trenin (Carnegie, Mosca) ritiene che sia ormai definitivo l’abbandono dell’Occidente da parte della Russia. Tale analisi registra il deterioramento delle relazioni tra Mosca e Washington e tra la prima e l’Unione europea. Dopo l’11 settembre Putin propose a Bush la seguente alleanza: la Russia concedeva all’America la leadership, ma in cambio voleva essere riconosciuta come suo partner principale e proconsole nell’Asia centrale. Bush rifiutò. Non solo, ma anche inviò truppe americane dappertutto in tale area con la scusa dell’intervento in Afghanistan.  Putin, anche incalzato dalle élite nazionaliste, reagì scommettendo sulla formazione di un asse eurasiatico Parigi-Berlino-Mosca capace di bilanciare il potere statunitense e di costringerlo a compromessi. Ma gli europei, nel 2004, rientrarono nei ranghi atlantici. E sostennero l’ala antirussa in Ucraina mostrando la volontà di portare l’Unione fino ai confini della Russia interna. Così Mosca trovò confermata la collocazione marginale ed ambigua nel sistema occidentale assegnatole dall’incompleta strategia americana formulata nel 1991: a metà tra nazione sconfitta a cui era solo chiesto di ritirarsi, non scocciando, e potenza semicooptata nell’occidente. Partner Nato e della Ue, ma troppo grossa per poter diventare membro a titolo pieno di ambedue senza modificarne la struttura. Per tale barriera prospettica, oltre alle umiliazioni, la politica interna ed estera russa si sta muovendo verso una direzione neo-imperiale. E sempre con più decisione perché Putin è rafforzato dal nuovo potere energetico e da quello geoeconomico conseguente. Ciò non vuol dire che diventerà antioccidentale, ma che negozierà ogni questione sulla base dei propri interessi sovrani e concreti. Le diplomazie occidentali sono preoccupate, ma rassegnate. Questa rubrica, invece, vede il distacco di Mosca come una grave amputazione della forza occidentale che impedirà il contenimento dell’Iran, il condizionamento della Cina e la stabilità energetica globale. Quindi invoca attenzione sulla priorità di riportare attivamente la Russia nell’alleanza tentando quello che America ed Europa mai hanno voluto fare: aprire lo spazio occidentale al gigante russo per farlo stare comodo. Troppo tardi ed impossibile, secondo i “realisti analitici”. Ma lo scenario di “realismo sistemico” mostra che: (a) l’occidente euroamericano è ormai troppo piccolo per reggere alle sfide globali e ci vuole un terzo pilastro russo per riuscirci; (b) in caso di cedimento dell’occidente la Russia sarà sopraffatta da Cina ed Islam e ciò non le conviene. Giuliano, seminario a Mosca?     

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Il Foglio

2006-9-2

2/9/2006

Il distacco della Russia dall’occidente è catastrofico, ma forse si potrà riparare

Dmitri Trenin (Carnegie, Mosca) ritiene che sia ormai definitivo l’abbandono dell’Occidente da parte della Russia. Tale analisi registra il deterioramento delle relazioni tra Mosca e Washington e tra la prima e l’Unione europea. Dopo l’11 settembre Putin propose a Bush la seguente alleanza: la Russia concedeva all’America la leadership, ma in cambio voleva essere riconosciuta come suo partner principale e proconsole nell’Asia centrale. Bush rifiutò. Non solo, ma anche inviò truppe americane dappertutto in tale area con la scusa dell’intervento in Afghanistan.  Putin, anche incalzato dalle élite nazionaliste, reagì scommettendo sulla formazione di un asse eurasiatico Parigi-Berlino-Mosca capace di bilanciare il potere statunitense e di costringerlo a compromessi. Ma gli europei, nel 2004, rientrarono nei ranghi atlantici. E sostennero l’ala antirussa in Ucraina mostrando la volontà di portare l’Unione fino ai confini della Russia interna. Così Mosca trovò confermata la collocazione marginale ed ambigua nel sistema occidentale assegnatole dall’incompleta strategia americana formulata nel 1991: a metà tra nazione sconfitta a cui era solo chiesto di ritirarsi, non scocciando, e potenza semicooptata nell’occidente. Partner Nato e della Ue, ma troppo grossa per poter diventare membro a titolo pieno di ambedue senza modificarne la struttura. Per tale barriera prospettica, oltre alle umiliazioni, la politica interna ed estera russa si sta muovendo verso una direzione neo-imperiale. E sempre con più decisione perché Putin è rafforzato dal nuovo potere energetico e da quello geoeconomico conseguente. Ciò non vuol dire che diventerà antioccidentale, ma che negozierà ogni questione sulla base dei propri interessi sovrani e concreti. Le diplomazie occidentali sono preoccupate, ma rassegnate. Questa rubrica, invece, vede il distacco di Mosca come una grave amputazione della forza occidentale che impedirà il contenimento dell’Iran, il condizionamento della Cina e la stabilità energetica globale. Quindi invoca attenzione sulla priorità di riportare attivamente la Russia nell’alleanza tentando quello che America ed Europa mai hanno voluto fare: aprire lo spazio occidentale al gigante russo per farlo stare comodo. Troppo tardi ed impossibile, secondo i “realisti analitici”. Ma lo scenario di “realismo sistemico” mostra che: (a) l’occidente euroamericano è ormai troppo piccolo per reggere alle sfide globali e ci vuole un terzo pilastro russo per riuscirci; (b) in caso di cedimento dell’occidente la Russia sarà sopraffatta da Cina ed Islam e ciò non le conviene. Giuliano, seminario a Mosca?     

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