Questa recita che per ottenere la pace bisogna fare una paura tale ai nemici da farli desistere dal ricorrere alle armi. La pace, in altre parole, si ottiene con una forma di terrorismo preventivo attuata da un potere ordinatore. Così accadde nell’equilibrio del terrore tra Usa e Urss. Tale successo convinse i ricercatori che la teoria funzionava ad un costo piuttosto basso: basta far capire al nemico che sarà distrutto per ottenere l’effetto tranquillizzante. Ma i fatti mostrano che la variante semplificata della teoria non funziona nel mondo del post-Guerra fredda. E gli analisti si chiedono il perché con la preoccupazione di chi assume che senza dissuasione efficace sia impossibile l’ordine mondiale. Il caso più clamoroso di fallimento della dissuasione fu quello dell’Iraq. Sia nel 1990 sia nel 2002/3 Saddam Hussein accettò un confronto irrazionale, perché senza speranza di vittoria, con gli Usa. Le analisi fecero ipotizzare che tale irrazionalità fosse frutto di un’anomalia: comunicazione sbagliate, psicologia instabile di quel dittatore, ecc. Ma già nel caso di Milosevic e, in generale, balcanico, si osservò che la questione era più complicata: c’era una crisi di credibilità sulla volontà e capacità dell’Occidente di combattere fino in fondo. Ora, analizzando il caso iraniano, vi è la prova provata che l’America non faccia più paura, irrilevante quanto bene comunichi la propria capacità distruttiva. Perché, infatti, non è credibile. La sua superiorità militare è percepita come sfidabile. Il dissenso interno depotenzia la conduzione tecnica di un guerra efficace ed efficiente. L’alleato europeo non segue più. Tale considerazione porta ad uno scenario dove sarà in priorità la ricostruzione della dissuasione. Ma rielaborando quali fattori che la hanno indebolita? Il dissenso in una democrazia è inevitabile. Anche se recuperabili gli europei sono comunque una popolazione debellicizzata. La costruzione di grandi coalizioni punitive per bilanciare tali debolezze non è più credibile. Resta solo la dimostrazione della superiorità tecnologica, passando da una relativa a quella assoluta, e ad un metodo di guerra adatto alle televisioni: (a) armi selettive “vetrificanti” dallo spazio; (b) non letali per le popolazioni ed ecologiche; (c) capaci di distruggere un potenziale ostile istantaneamente. Il punto: tali nuove armil’America le ha nei laboratori, ma vorrà e riuscirà a svilupparle in tempo per trasformare il caso iraniano da sintomo della sua impotenza a prova della sua ritrovata capacità di dissuadere?

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Il Foglio

2006-4-29

29/4/2006

Il caso iraniano sarà un test per il ripristino della credibilità dissuasiva dell’Impero

Il caso iraniano è un test per valutare lo stato della teoria della dissuasione. Questa recita che per ottenere la pace bisogna fare una paura tale ai nemici da farli desistere dal ricorrere alle armi. La pace, in altre parole, si ottiene con una forma di terrorismo preventivo attuata da un potere ordinatore. Così accadde nell’equilibrio del terrore tra Usa e Urss. Tale successo convinse i ricercatori che la teoria funzionava ad un costo piuttosto basso: basta far capire al nemico che sarà distrutto per ottenere l’effetto tranquillizzante. Ma i fatti mostrano che la variante semplificata della teoria non funziona nel mondo del post-Guerra fredda. E gli analisti si chiedono il perché con la preoccupazione di chi assume che senza dissuasione efficace sia impossibile l’ordine mondiale. Il caso più clamoroso di fallimento della dissuasione fu quello dell’Iraq. Sia nel 1990 sia nel 2002/3 Saddam Hussein accettò un confronto irrazionale, perché senza speranza di vittoria, con gli Usa. Le analisi fecero ipotizzare che tale irrazionalità fosse frutto di un’anomalia: comunicazione sbagliate, psicologia instabile di quel dittatore, ecc. Ma già nel caso di Milosevic e, in generale, balcanico, si osservò che la questione era più complicata: c’era una crisi di credibilità sulla volontà e capacità dell’Occidente di combattere fino in fondo. Ora, analizzando il caso iraniano, vi è la prova provata che l’America non faccia più paura, irrilevante quanto bene comunichi la propria capacità distruttiva. Perché, infatti, non è credibile. La sua superiorità militare è percepita come sfidabile. Il dissenso interno depotenzia la conduzione tecnica di un guerra efficace ed efficiente. L’alleato europeo non segue più. Tale considerazione porta ad uno scenario dove sarà in priorità la ricostruzione della dissuasione. Ma rielaborando quali fattori che la hanno indebolita? Il dissenso in una democrazia è inevitabile. Anche se recuperabili gli europei sono comunque una popolazione debellicizzata. La costruzione di grandi coalizioni punitive per bilanciare tali debolezze non è più credibile. Resta solo la dimostrazione della superiorità tecnologica, passando da una relativa a quella assoluta, e ad un metodo di guerra adatto alle televisioni: (a) armi selettive “vetrificanti” dallo spazio; (b) non letali per le popolazioni ed ecologiche; (c) capaci di distruggere un potenziale ostile istantaneamente. Il punto: tali nuove armil’America le ha nei laboratori, ma vorrà e riuscirà a svilupparle in tempo per trasformare il caso iraniano da sintomo della sua impotenza a prova della sua ritrovata capacità di dissuadere?

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