quella estera. I dati aggregati confermano la tendenza stagnante che si osserva dai primi anni ’90. Un qualsiasi ricercatore si sentirebbe tranquillo nel prevedere una deindustrializzazione ineluttabile – cioè il declino – dopo quindici anni di brutta tendenza macrostatistica. Ed è probabilmente tale fatto, unito all’aver dimenticato che l’Italia non si comporta come i modelli standard, che impedisce anche a tecnici competenti di vedere i segnali che vanno in direzione opposta. Dal 2002 in poi un impressionante numero di aziende, grandi e piccole, sta invertendo la tendenza a sparire per crisi competitiva. Per cui ciò che non quadra è che alla stagnazione endemica, complicata dalla difficoltà ad equilibrare i conti statali appesantiti da un debito storico gigantesco, in realtà non corrisponde il declino industriale. La Fiat sull’orlo della chiusura si è ripresa e può puntare al rilancio. La Finmeccanica del grande Guarguaglini ha fatto un vero e proprio miracolo trasformandosi da preda ormai morente in predatore globale. Fincantieri ha appena concluso un contratto che le farà dominare il 50% del mercato mondiale delle grandi navi. Indizio che la grande industria c’è e può essere ancora fatta in Italia. La Brembo ha appena compiuto una mossa espansiva da applauso, esempio delle tante multinazionali tascabili italiane che stanno crescendo globalmente. Migliaia di piccole aziende si stanno riorganizzando e crescendo, alcune, come la Worldgem di Vicenza,  mostrando l’ottima novità di indirizzarsi verso la quotazione in Borsa invece che temerla. La Finambiente di Brescia raccoglie soci imprenditori capaci di rischiare milioni di euro sulle prospettive di un brevetto rivoluzionario (lo è) in materia di trattamento rifiuti. La Sessa è appena sbarcata in Florida. Esempi, questi, di una generale ripresa della cultura del rischio imprenditoriale. Infatti l’indice ISAE che misura la vitalità delle imprese ne segnala un’impennata. Tali dati sostengono l’ipotesi che la società italiana, la sua economia reale, sia così forte da riorganizzarsi di fronte alle sfide competitive nonostante condizioni interne ed esterne  sfavorevoli. Nel passato proprio l’Economist segnalò questa capacità, unica al mondo, dell’Italia, ma di recente non ha voluto vederne l’ennesima replica, perfino negandola. Pertanto va segnalata al nuovo direttore del settimanale l’opportunità di fare una nuova inchiesta più obiettiva. Da titolare, in onore di Torino rinata: declina minga, esageruma nen.  Dolce vita is back.

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Il Foglio

2006-2-28

28/2/2006

Declina minga, declina no: esageruma nen (2)

Qualcosa non va nello scenario di “declino dell’Italia” che prevale sulla stampa di sinistra e parte di quella estera. I dati aggregati confermano la tendenza stagnante che si osserva dai primi anni ’90. Un qualsiasi ricercatore si sentirebbe tranquillo nel prevedere una deindustrializzazione ineluttabile – cioè il declino – dopo quindici anni di brutta tendenza macrostatistica. Ed è probabilmente tale fatto, unito all’aver dimenticato che l’Italia non si comporta come i modelli standard, che impedisce anche a tecnici competenti di vedere i segnali che vanno in direzione opposta. Dal 2002 in poi un impressionante numero di aziende, grandi e piccole, sta invertendo la tendenza a sparire per crisi competitiva. Per cui ciò che non quadra è che alla stagnazione endemica, complicata dalla difficoltà ad equilibrare i conti statali appesantiti da un debito storico gigantesco, in realtà non corrisponde il declino industriale. La Fiat sull’orlo della chiusura si è ripresa e può puntare al rilancio. La Finmeccanica del grande Guarguaglini ha fatto un vero e proprio miracolo trasformandosi da preda ormai morente in predatore globale. Fincantieri ha appena concluso un contratto che le farà dominare il 50% del mercato mondiale delle grandi navi. Indizio che la grande industria c’è e può essere ancora fatta in Italia. La Brembo ha appena compiuto una mossa espansiva da applauso, esempio delle tante multinazionali tascabili italiane che stanno crescendo globalmente. Migliaia di piccole aziende si stanno riorganizzando e crescendo, alcune, come la Worldgem di Vicenza,  mostrando l’ottima novità di indirizzarsi verso la quotazione in Borsa invece che temerla. La Finambiente di Brescia raccoglie soci imprenditori capaci di rischiare milioni di euro sulle prospettive di un brevetto rivoluzionario (lo è) in materia di trattamento rifiuti. La Sessa è appena sbarcata in Florida. Esempi, questi, di una generale ripresa della cultura del rischio imprenditoriale. Infatti l’indice ISAE che misura la vitalità delle imprese ne segnala un’impennata. Tali dati sostengono l’ipotesi che la società italiana, la sua economia reale, sia così forte da riorganizzarsi di fronte alle sfide competitive nonostante condizioni interne ed esterne  sfavorevoli. Nel passato proprio l’Economist segnalò questa capacità, unica al mondo, dell’Italia, ma di recente non ha voluto vederne l’ennesima replica, perfino negandola. Pertanto va segnalata al nuovo direttore del settimanale l’opportunità di fare una nuova inchiesta più obiettiva. Da titolare, in onore di Torino rinata: declina minga, esageruma nen.  Dolce vita is back.

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