Goldman & Sachs, nota banca d’affari, ha avvertito, in occasione del forum di Davos, che all’Italia resteranno solo il buon cibo ed il bel calcio perché tutto il resto verrà massacrato dai nuovi competitori cinesi ed indiani. La notiziola è arrivata giovedì scorso sui tavoli del ristorante dell’hotel Le Bristol, Parigi, dove uomini di finanza globale si erano riuniti per gustarne il mitico melograno fumante con la scusa di valutare congiuntamente i nuovi business europei. Con la battuta: i fessi vanno in Asia i furbi tornano in Europa. Che ne chiamò un’altra, tra le risate: evidentemente Goldman chiuderà la sua attività in Italia perché non vede più affari lì, un concorrente in meno. L’Italia, infatti, come la Germania , è sotto nuova attenzione da parte degli atelier finanziari più raffinati perché si vede all’orizzonte una reazione vivace alla crisi competitiva. In particolare, fino a poco fa gli imprenditori italiani non pensavano alla Borsa per i vincoli che pone. Ma ora molti di questi si sono accorti che possono reggere la concorrenza globale ed è loro tornata la voglia di investire in espansione. In sintesi, ci sono tante piccole imprese (sui 50 milioni di fatturato) alla caccia di capitale reperibile in modo efficiente. Per le banche d’affari ciò è una novità eccitante sia per le consulenze sia per i piazzamenti di azioni. Anche per i fondi di venture capital perché il capitale entra solo dove può uscire, la Borsa appunto. Ma c’è un problema che proprio questa rubrica, che sta curando la quotazione di un paio di tigri venete, è stata chiamata a risolvere dagli amici banchieri e dei fondi. Le imprese italiane sono molto piccole e non disposte a pagare il mezzo milione di euro, più annessi e connessi, che una grande banca d’affari tipicamente chiede per i servizi di consulenza, riordinamento e propulsione utili alla preparazione per la Borsa. La soluzione è semplice e remunerativa per tutti, spiace non poterla dire qui, ma non può essere praticata da grandi unità rigide e con inutilmente costosi apparati di funzionari. Forse per questo Goldman & Sachs non si è accorta del fatto – il punto dello scenario - che il sistema delle piccole imprese italiane, nei settori del lusso e della tecnologia, più avanti del turismo e dei servizi avanzati, sta reagendo con vitalità sorprendente alla sfida competitiva e che cerca banche d’affari intelligenti. In Italia ce ne sono, da fuori ne stanno arrivando parecchie, con ricca consulenza per chi scrive. La loro idea è che da noi resterà qualcosa di più che cibo e calcio. Grazie Goldman per aver lasciato più spazio ai concorrenti.  

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"/> Goldman & Sachs, nota banca d’affari, ha avvertito, in occasione del forum di Davos, che all’Italia resteranno solo il buon cibo ed il bel calcio perché tutto il resto verrà massacrato dai nuovi competitori cinesi ed indiani. La notiziola è arrivata giovedì scorso sui tavoli del ristorante dell’hotel Le Bristol, Parigi, dove uomini di finanza globale si erano riuniti per gustarne il mitico melograno fumante con la scusa di valutare congiuntamente i nuovi business europei. Con la battuta: i fessi vanno in Asia i furbi tornano in Europa. Che ne chiamò un’altra, tra le risate: evidentemente Goldman chiuderà la sua attività in Italia perché non vede più affari lì, un concorrente in meno. L’Italia, infatti, come la Germania , è sotto nuova attenzione da parte degli atelier finanziari più raffinati perché si vede all’orizzonte una reazione vivace alla crisi competitiva. In particolare, fino a poco fa gli imprenditori italiani non pensavano alla Borsa per i vincoli che pone. Ma ora molti di questi si sono accorti che possono reggere la concorrenza globale ed è loro tornata la voglia di investire in espansione. In sintesi, ci sono tante piccole imprese (sui 50 milioni di fatturato) alla caccia di capitale reperibile in modo efficiente. Per le banche d’affari ciò è una novità eccitante sia per le consulenze sia per i piazzamenti di azioni. Anche per i fondi di venture capital perché il capitale entra solo dove può uscire, la Borsa appunto. Ma c’è un problema che proprio questa rubrica, che sta curando la quotazione di un paio di tigri venete, è stata chiamata a risolvere dagli amici banchieri e dei fondi. Le imprese italiane sono molto piccole e non disposte a pagare il mezzo milione di euro, più annessi e connessi, che una grande banca d’affari tipicamente chiede per i servizi di consulenza, riordinamento e propulsione utili alla preparazione per la Borsa. La soluzione è semplice e remunerativa per tutti, spiace non poterla dire qui, ma non può essere praticata da grandi unità rigide e con inutilmente costosi apparati di funzionari. Forse per questo Goldman & Sachs non si è accorta del fatto – il punto dello scenario - che il sistema delle piccole imprese italiane, nei settori del lusso e della tecnologia, più avanti del turismo e dei servizi avanzati, sta reagendo con vitalità sorprendente alla sfida competitiva e che cerca banche d’affari intelligenti. In Italia ce ne sono, da fuori ne stanno arrivando parecchie, con ricca consulenza per chi scrive. La loro idea è che da noi resterà qualcosa di più che cibo e calcio. Grazie Goldman per aver lasciato più spazio ai concorrenti.  

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Il Foglio

2006-1-28

28/1/2006

La divertente profezia di Goldman

Qualcuno di Goldman & Sachs, nota banca d’affari, ha avvertito, in occasione del forum di Davos, che all’Italia resteranno solo il buon cibo ed il bel calcio perché tutto il resto verrà massacrato dai nuovi competitori cinesi ed indiani. La notiziola è arrivata giovedì scorso sui tavoli del ristorante dell’hotel Le Bristol, Parigi, dove uomini di finanza globale si erano riuniti per gustarne il mitico melograno fumante con la scusa di valutare congiuntamente i nuovi business europei. Con la battuta: i fessi vanno in Asia i furbi tornano in Europa. Che ne chiamò un’altra, tra le risate: evidentemente Goldman chiuderà la sua attività in Italia perché non vede più affari lì, un concorrente in meno. L’Italia, infatti, come la Germania , è sotto nuova attenzione da parte degli atelier finanziari più raffinati perché si vede all’orizzonte una reazione vivace alla crisi competitiva. In particolare, fino a poco fa gli imprenditori italiani non pensavano alla Borsa per i vincoli che pone. Ma ora molti di questi si sono accorti che possono reggere la concorrenza globale ed è loro tornata la voglia di investire in espansione. In sintesi, ci sono tante piccole imprese (sui 50 milioni di fatturato) alla caccia di capitale reperibile in modo efficiente. Per le banche d’affari ciò è una novità eccitante sia per le consulenze sia per i piazzamenti di azioni. Anche per i fondi di venture capital perché il capitale entra solo dove può uscire, la Borsa appunto. Ma c’è un problema che proprio questa rubrica, che sta curando la quotazione di un paio di tigri venete, è stata chiamata a risolvere dagli amici banchieri e dei fondi. Le imprese italiane sono molto piccole e non disposte a pagare il mezzo milione di euro, più annessi e connessi, che una grande banca d’affari tipicamente chiede per i servizi di consulenza, riordinamento e propulsione utili alla preparazione per la Borsa. La soluzione è semplice e remunerativa per tutti, spiace non poterla dire qui, ma non può essere praticata da grandi unità rigide e con inutilmente costosi apparati di funzionari. Forse per questo Goldman & Sachs non si è accorta del fatto – il punto dello scenario - che il sistema delle piccole imprese italiane, nei settori del lusso e della tecnologia, più avanti del turismo e dei servizi avanzati, sta reagendo con vitalità sorprendente alla sfida competitiva e che cerca banche d’affari intelligenti. In Italia ce ne sono, da fuori ne stanno arrivando parecchie, con ricca consulenza per chi scrive. La loro idea è che da noi resterà qualcosa di più che cibo e calcio. Grazie Goldman per aver lasciato più spazio ai concorrenti.  

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