La crescita c’è, ma è insufficiente

(titolo originale)

I dati più recenti confermano che nel 2000 l’economia europea sarà in crescita. Non perché siano stati risolti i problemi strutturali che l’hanno frenata nel passato, ma per il fatto che dopo ogni fase di crisi c’è un rimbalzo “tecnico” e che il resto dell’economia mondiale sta tirando alla grande. Proprio per questa natura più esterna che interna del potenziale di eurocrescita  esistono forti incertezze sulla sua quantità e, soprattutto, sulla capacità di produrre  nuova occupazione. Il problema – Francia e Spagna stanno andando abbastanza bene anche se la prima è sotto la minaccia della legge delle 35 ore -  riguarda principalmente Italia e Germania, le due economie portanti dell’eurozona (insieme ne costituiscono più della metà del Pil complessivo) che nel 1999 hanno depresso il continente intero a causa di una crescita attorno ad un miserrimo1%, di fatto stagnazione. Gli istituti di previsione tedeschi fanno molta fatica a definire la quantità di crescita. Oscillano, infatti, tra un minimo di circa il 2,2,% (deludente) ad un massimo del 3,3% (buono, ma non esaltante), nonostante che negli ultimi mesi sia aumentata enormemente la fiducia e l’ottimismo dei soggetti economici. Per l’Italia tale oscillazione va dal 2% al 2,6%. Ma in questa incertezza, tuttavia, emerge la sensazione prevalente che la crescita in Germania non sarà sufficiente a creare un effetto locomotiva che traini il resto del continente e, in particolare, l’Italia che lì esporta moltissimo. In particolare, la crescita massima attesa non sarà tale per creare tanti nuovi posti di lavoro. Infatti le stime dei governi per l’anno in corso sono concordi nel prevedere solo minimi miglioramenti su questo piano. Per esempio, dai centomila nuovi occupati ai duecentomila in Germania (che così passerebbe a 3,9 milioni di disoccupati, numero comunque pesantissimo). In Italia, più o meno lo stesso, più meno che più. In sintesi, continua l’economia del galleggiamento senza segnali che possa avvenire nel cuore dell’Europa quel miracolo della nuova economia che negli Stati Uniti, dal 1991 ad oggi, ha creato decine di milioni – sottolineo “decine di milioni” - di nuovi posti di lavoro (la disoccupazione è al minimo storico del 4%). Il problema è che la crescita europea (con l’eccezione delle liberalizzate  Spagna, Irlanda e, per certi aspetti, Olanda) è compromessa dal permanere dei freni politici e sindacali che bloccano nuovi investimenti. In Germania c’è un avvio di disgelo che fa sperare in sorprese positive più avanti (il dimezzamento della tassazione sulle imprese). Incrociamo le dita. In Italia non possiamo fare neanche questo.

 Da noi il problema del disgelo è complicato dal fatto che il 2000 e una parte del 2001 sono anni elettorali. E’ improbabile che la sinistra al governo rischierà di mettere sotto tensione la parte più estremista del suo elettorato (comunisti e CGIL) cercando di cogliere l’occasione della tendenza esterna alla crescita per fare almeno qualche riforma liberalizzante interna che la amplifichi e le dia conseguenze più significative sia sul piano della nuova occupazione che su quello della modernizzazione. E, come ha fatto nel passato, userà la pur minima ed insufficiente ripresa per sostenere che l’economia va bene e che non occorre riformare nulla. In sostanza, lasciando ad altri la polemica politica diretta, c’è il rischio che l’Italia non riesca a cogliere l’occasione del miglioramento dell’economia mondiale ed europea restando il fanalino di coda come successo dal 1996 in poi. Siamo cresciuti il 2% in meno della media dei paesi più sviluppati pur facendo quasi l’1% medio in più di inflazione in riferimento agli altri paesi dell’eurozona. Tale posizione comparativa dell’Italia mostra che, pur non essendoci catastrofe, stiamo tuttavia lentamente allontanandoci dalle punte più avanzate della ricchezza e della modernità, con un aumento del rischio di deindustrializzazione (per mancanza di nuovi investimenti nei nuovi settori). E nulla lascia prevedere, stando così le cose, che nel prossimo anno e mezzo qualcosa di sostanziale possa cambiare. Con la complicazione, appunto, che questo quadro preoccupante sarà comunicato dalla retorica elettorale come un grande successo. Possiamo sperare in qualcosa che cambi tale scenario?

 Per fortuna sì. Due cose: una tecnica ed una politica. Anche se il governo di sinistra non vuole liberalizzare alcunchè, tuttavia può incentivare enormemente la nuova economia Internet senza toccare nulla dell’esistente. Basta una legge che defiscalizzi gli investimenti nel nuovo settore. Solo questa misura, che si può varare in poche settimane e subito, farebbe almeno dallo 0,8% allo 1,2% di Pil in più per l’anno in corso. Soprattutto creerebbe un boom di opportunità, almeno, per i giovani nel settore che più tira nell’economia mondiale. In nome dell’interesse nazionale lo chiedo a mani giunte. In modo, invece, più aggressivo segnalo la grande occasione liberalizzante dei referendum economici che spero voteremo – se qualcuno non li affossa – la prossima primavera. Se vincessero i sì all’abolizione delle norme protezioniste che soffocano la nostra economia, allora potremo sperare seriamente in un boom prolungato e risolutivo a partire dal 2001.    

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(titolo originale)

I dati più recenti confermano che nel 2000 l’economia europea sarà in crescita. Non perché siano stati risolti i problemi strutturali che l’hanno frenata nel passato, ma per il fatto che dopo ogni fase di crisi c’è un rimbalzo “tecnico” e che il resto dell’economia mondiale sta tirando alla grande. Proprio per questa natura più esterna che interna del potenziale di eurocrescita  esistono forti incertezze sulla sua quantità e, soprattutto, sulla capacità di produrre  nuova occupazione. Il problema – Francia e Spagna stanno andando abbastanza bene anche se la prima è sotto la minaccia della legge delle 35 ore -  riguarda principalmente Italia e Germania, le due economie portanti dell’eurozona (insieme ne costituiscono più della metà del Pil complessivo) che nel 1999 hanno depresso il continente intero a causa di una crescita attorno ad un miserrimo1%, di fatto stagnazione. Gli istituti di previsione tedeschi fanno molta fatica a definire la quantità di crescita. Oscillano, infatti, tra un minimo di circa il 2,2,% (deludente) ad un massimo del 3,3% (buono, ma non esaltante), nonostante che negli ultimi mesi sia aumentata enormemente la fiducia e l’ottimismo dei soggetti economici. Per l’Italia tale oscillazione va dal 2% al 2,6%. Ma in questa incertezza, tuttavia, emerge la sensazione prevalente che la crescita in Germania non sarà sufficiente a creare un effetto locomotiva che traini il resto del continente e, in particolare, l’Italia che lì esporta moltissimo. In particolare, la crescita massima attesa non sarà tale per creare tanti nuovi posti di lavoro. Infatti le stime dei governi per l’anno in corso sono concordi nel prevedere solo minimi miglioramenti su questo piano. Per esempio, dai centomila nuovi occupati ai duecentomila in Germania (che così passerebbe a 3,9 milioni di disoccupati, numero comunque pesantissimo). In Italia, più o meno lo stesso, più meno che più. In sintesi, continua l’economia del galleggiamento senza segnali che possa avvenire nel cuore dell’Europa quel miracolo della nuova economia che negli Stati Uniti, dal 1991 ad oggi, ha creato decine di milioni – sottolineo “decine di milioni” - di nuovi posti di lavoro (la disoccupazione è al minimo storico del 4%). Il problema è che la crescita europea (con l’eccezione delle liberalizzate  Spagna, Irlanda e, per certi aspetti, Olanda) è compromessa dal permanere dei freni politici e sindacali che bloccano nuovi investimenti. In Germania c’è un avvio di disgelo che fa sperare in sorprese positive più avanti (il dimezzamento della tassazione sulle imprese). Incrociamo le dita. In Italia non possiamo fare neanche questo.

 Da noi il problema del disgelo è complicato dal fatto che il 2000 e una parte del 2001 sono anni elettorali. E’ improbabile che la sinistra al governo rischierà di mettere sotto tensione la parte più estremista del suo elettorato (comunisti e CGIL) cercando di cogliere l’occasione della tendenza esterna alla crescita per fare almeno qualche riforma liberalizzante interna che la amplifichi e le dia conseguenze più significative sia sul piano della nuova occupazione che su quello della modernizzazione. E, come ha fatto nel passato, userà la pur minima ed insufficiente ripresa per sostenere che l’economia va bene e che non occorre riformare nulla. In sostanza, lasciando ad altri la polemica politica diretta, c’è il rischio che l’Italia non riesca a cogliere l’occasione del miglioramento dell’economia mondiale ed europea restando il fanalino di coda come successo dal 1996 in poi. Siamo cresciuti il 2% in meno della media dei paesi più sviluppati pur facendo quasi l’1% medio in più di inflazione in riferimento agli altri paesi dell’eurozona. Tale posizione comparativa dell’Italia mostra che, pur non essendoci catastrofe, stiamo tuttavia lentamente allontanandoci dalle punte più avanzate della ricchezza e della modernità, con un aumento del rischio di deindustrializzazione (per mancanza di nuovi investimenti nei nuovi settori). E nulla lascia prevedere, stando così le cose, che nel prossimo anno e mezzo qualcosa di sostanziale possa cambiare. Con la complicazione, appunto, che questo quadro preoccupante sarà comunicato dalla retorica elettorale come un grande successo. Possiamo sperare in qualcosa che cambi tale scenario?

 Per fortuna sì. Due cose: una tecnica ed una politica. Anche se il governo di sinistra non vuole liberalizzare alcunchè, tuttavia può incentivare enormemente la nuova economia Internet senza toccare nulla dell’esistente. Basta una legge che defiscalizzi gli investimenti nel nuovo settore. Solo questa misura, che si può varare in poche settimane e subito, farebbe almeno dallo 0,8% allo 1,2% di Pil in più per l’anno in corso. Soprattutto creerebbe un boom di opportunità, almeno, per i giovani nel settore che più tira nell’economia mondiale. In nome dell’interesse nazionale lo chiedo a mani giunte. In modo, invece, più aggressivo segnalo la grande occasione liberalizzante dei referendum economici che spero voteremo – se qualcuno non li affossa – la prossima primavera. Se vincessero i sì all’abolizione delle norme protezioniste che soffocano la nostra economia, allora potremo sperare seriamente in un boom prolungato e risolutivo a partire dal 2001.    

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I dati più recenti confermano che nel 2000 l’economia europea sarà in crescita. Non perché siano stati risolti i problemi strutturali che l’hanno frenata nel passato, ma per il fatto che dopo ogni fase di crisi c’è un rimbalzo “tecnico” e che il resto dell’economia mondiale sta tirando alla grande. Proprio per questa natura più esterna che interna del potenziale di eurocrescita  esistono forti incertezze sulla sua quantità e, soprattutto, sulla capacità di produrre  nuova occupazione. Il problema – Francia e Spagna stanno andando abbastanza bene anche se la prima è sotto la minaccia della legge delle 35 ore -  riguarda principalmente Italia e Germania, le due economie portanti dell’eurozona (insieme ne costituiscono più della metà del Pil complessivo) che nel 1999 hanno depresso il continente intero a causa di una crescita attorno ad un miserrimo1%, di fatto stagnazione. Gli istituti di previsione tedeschi fanno molta fatica a definire la quantità di crescita. Oscillano, infatti, tra un minimo di circa il 2,2,% (deludente) ad un massimo del 3,3% (buono, ma non esaltante), nonostante che negli ultimi mesi sia aumentata enormemente la fiducia e l’ottimismo dei soggetti economici. Per l’Italia tale oscillazione va dal 2% al 2,6%. Ma in questa incertezza, tuttavia, emerge la sensazione prevalente che la crescita in Germania non sarà sufficiente a creare un effetto locomotiva che traini il resto del continente e, in particolare, l’Italia che lì esporta moltissimo. In particolare, la crescita massima attesa non sarà tale per creare tanti nuovi posti di lavoro. Infatti le stime dei governi per l’anno in corso sono concordi nel prevedere solo minimi miglioramenti su questo piano. Per esempio, dai centomila nuovi occupati ai duecentomila in Germania (che così passerebbe a 3,9 milioni di disoccupati, numero comunque pesantissimo). In Italia, più o meno lo stesso, più meno che più. In sintesi, continua l’economia del galleggiamento senza segnali che possa avvenire nel cuore dell’Europa quel miracolo della nuova economia che negli Stati Uniti, dal 1991 ad oggi, ha creato decine di milioni – sottolineo “decine di milioni” - di nuovi posti di lavoro (la disoccupazione è al minimo storico del 4%). Il problema è che la crescita europea (con l’eccezione delle liberalizzate  Spagna, Irlanda e, per certi aspetti, Olanda) è compromessa dal permanere dei freni politici e sindacali che bloccano nuovi investimenti. In Germania c’è un avvio di disgelo che fa sperare in sorprese positive più avanti (il dimezzamento della tassazione sulle imprese). Incrociamo le dita. In Italia non possiamo fare neanche questo.

 Da noi il problema del disgelo è complicato dal fatto che il 2000 e una parte del 2001 sono anni elettorali. E’ improbabile che la sinistra al governo rischierà di mettere sotto tensione la parte più estremista del suo elettorato (comunisti e CGIL) cercando di cogliere l’occasione della tendenza esterna alla crescita per fare almeno qualche riforma liberalizzante interna che la amplifichi e le dia conseguenze più significative sia sul piano della nuova occupazione che su quello della modernizzazione. E, come ha fatto nel passato, userà la pur minima ed insufficiente ripresa per sostenere che l’economia va bene e che non occorre riformare nulla. In sostanza, lasciando ad altri la polemica politica diretta, c’è il rischio che l’Italia non riesca a cogliere l’occasione del miglioramento dell’economia mondiale ed europea restando il fanalino di coda come successo dal 1996 in poi. Siamo cresciuti il 2% in meno della media dei paesi più sviluppati pur facendo quasi l’1% medio in più di inflazione in riferimento agli altri paesi dell’eurozona. Tale posizione comparativa dell’Italia mostra che, pur non essendoci catastrofe, stiamo tuttavia lentamente allontanandoci dalle punte più avanzate della ricchezza e della modernità, con un aumento del rischio di deindustrializzazione (per mancanza di nuovi investimenti nei nuovi settori). E nulla lascia prevedere, stando così le cose, che nel prossimo anno e mezzo qualcosa di sostanziale possa cambiare. Con la complicazione, appunto, che questo quadro preoccupante sarà comunicato dalla retorica elettorale come un grande successo. Possiamo sperare in qualcosa che cambi tale scenario?

 Per fortuna sì. Due cose: una tecnica ed una politica. Anche se il governo di sinistra non vuole liberalizzare alcunchè, tuttavia può incentivare enormemente la nuova economia Internet senza toccare nulla dell’esistente. Basta una legge che defiscalizzi gli investimenti nel nuovo settore. Solo questa misura, che si può varare in poche settimane e subito, farebbe almeno dallo 0,8% allo 1,2% di Pil in più per l’anno in corso. Soprattutto creerebbe un boom di opportunità, almeno, per i giovani nel settore che più tira nell’economia mondiale. In nome dell’interesse nazionale lo chiedo a mani giunte. In modo, invece, più aggressivo segnalo la grande occasione liberalizzante dei referendum economici che spero voteremo – se qualcuno non li affossa – la prossima primavera. Se vincessero i sì all’abolizione delle norme protezioniste che soffocano la nostra economia, allora potremo sperare seriamente in un boom prolungato e risolutivo a partire dal 2001.    

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L' Arena

2000-1-23

23/1/2000

Ma per crescere non basterà galleggiare

La crescita c’è, ma è insufficiente

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I dati più recenti confermano che nel 2000 l’economia europea sarà in crescita. Non perché siano stati risolti i problemi strutturali che l’hanno frenata nel passato, ma per il fatto che dopo ogni fase di crisi c’è un rimbalzo “tecnico” e che il resto dell’economia mondiale sta tirando alla grande. Proprio per questa natura più esterna che interna del potenziale di eurocrescita  esistono forti incertezze sulla sua quantità e, soprattutto, sulla capacità di produrre  nuova occupazione. Il problema – Francia e Spagna stanno andando abbastanza bene anche se la prima è sotto la minaccia della legge delle 35 ore -  riguarda principalmente Italia e Germania, le due economie portanti dell’eurozona (insieme ne costituiscono più della metà del Pil complessivo) che nel 1999 hanno depresso il continente intero a causa di una crescita attorno ad un miserrimo1%, di fatto stagnazione. Gli istituti di previsione tedeschi fanno molta fatica a definire la quantità di crescita. Oscillano, infatti, tra un minimo di circa il 2,2,% (deludente) ad un massimo del 3,3% (buono, ma non esaltante), nonostante che negli ultimi mesi sia aumentata enormemente la fiducia e l’ottimismo dei soggetti economici. Per l’Italia tale oscillazione va dal 2% al 2,6%. Ma in questa incertezza, tuttavia, emerge la sensazione prevalente che la crescita in Germania non sarà sufficiente a creare un effetto locomotiva che traini il resto del continente e, in particolare, l’Italia che lì esporta moltissimo. In particolare, la crescita massima attesa non sarà tale per creare tanti nuovi posti di lavoro. Infatti le stime dei governi per l’anno in corso sono concordi nel prevedere solo minimi miglioramenti su questo piano. Per esempio, dai centomila nuovi occupati ai duecentomila in Germania (che così passerebbe a 3,9 milioni di disoccupati, numero comunque pesantissimo). In Italia, più o meno lo stesso, più meno che più. In sintesi, continua l’economia del galleggiamento senza segnali che possa avvenire nel cuore dell’Europa quel miracolo della nuova economia che negli Stati Uniti, dal 1991 ad oggi, ha creato decine di milioni – sottolineo “decine di milioni” - di nuovi posti di lavoro (la disoccupazione è al minimo storico del 4%). Il problema è che la crescita europea (con l’eccezione delle liberalizzate  Spagna, Irlanda e, per certi aspetti, Olanda) è compromessa dal permanere dei freni politici e sindacali che bloccano nuovi investimenti. In Germania c’è un avvio di disgelo che fa sperare in sorprese positive più avanti (il dimezzamento della tassazione sulle imprese). Incrociamo le dita. In Italia non possiamo fare neanche questo.

 Da noi il problema del disgelo è complicato dal fatto che il 2000 e una parte del 2001 sono anni elettorali. E’ improbabile che la sinistra al governo rischierà di mettere sotto tensione la parte più estremista del suo elettorato (comunisti e CGIL) cercando di cogliere l’occasione della tendenza esterna alla crescita per fare almeno qualche riforma liberalizzante interna che la amplifichi e le dia conseguenze più significative sia sul piano della nuova occupazione che su quello della modernizzazione. E, come ha fatto nel passato, userà la pur minima ed insufficiente ripresa per sostenere che l’economia va bene e che non occorre riformare nulla. In sostanza, lasciando ad altri la polemica politica diretta, c’è il rischio che l’Italia non riesca a cogliere l’occasione del miglioramento dell’economia mondiale ed europea restando il fanalino di coda come successo dal 1996 in poi. Siamo cresciuti il 2% in meno della media dei paesi più sviluppati pur facendo quasi l’1% medio in più di inflazione in riferimento agli altri paesi dell’eurozona. Tale posizione comparativa dell’Italia mostra che, pur non essendoci catastrofe, stiamo tuttavia lentamente allontanandoci dalle punte più avanzate della ricchezza e della modernità, con un aumento del rischio di deindustrializzazione (per mancanza di nuovi investimenti nei nuovi settori). E nulla lascia prevedere, stando così le cose, che nel prossimo anno e mezzo qualcosa di sostanziale possa cambiare. Con la complicazione, appunto, che questo quadro preoccupante sarà comunicato dalla retorica elettorale come un grande successo. Possiamo sperare in qualcosa che cambi tale scenario?

 Per fortuna sì. Due cose: una tecnica ed una politica. Anche se il governo di sinistra non vuole liberalizzare alcunchè, tuttavia può incentivare enormemente la nuova economia Internet senza toccare nulla dell’esistente. Basta una legge che defiscalizzi gli investimenti nel nuovo settore. Solo questa misura, che si può varare in poche settimane e subito, farebbe almeno dallo 0,8% allo 1,2% di Pil in più per l’anno in corso. Soprattutto creerebbe un boom di opportunità, almeno, per i giovani nel settore che più tira nell’economia mondiale. In nome dell’interesse nazionale lo chiedo a mani giunte. In modo, invece, più aggressivo segnalo la grande occasione liberalizzante dei referendum economici che spero voteremo – se qualcuno non li affossa – la prossima primavera. Se vincessero i sì all’abolizione delle norme protezioniste che soffocano la nostra economia, allora potremo sperare seriamente in un boom prolungato e risolutivo a partire dal 2001.    

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