chi comanda in Afghanistan domina l’Asia”. Ma un altro è più rilevante: chi comanda in Iran ha il dominio dell’Asia che conta. Per altro lo avevano già colto gli americani quando imposero lo Scià in funzione antisovietica e di guardiano del Golfo, fino al 1979. Recentemente lo ha capito la Cina. Da un po’ lo stanno riscoprendo le élite della rivoluzione iraniana quando hanno riflettuto sulle sorti del regime. Due vie: (a) o verso una lenta dissoluzione dovuta ad un compromesso tra riformatori, nazionalisti e fondamentalisti basato sulla spartizione dei poteri, con spazi crescenti per la cultura laicizzata; (b) oppure verso il rilancio del regime teocratico stesso dando alla nazione iraniana una missione eccitante. Il vero leader, Khamenei, ha scelto la seconda opzione, fatto eleggere lo strumento Ahmadinejad ed eliminato i (pur tanti) moderati. E fin qui è stata una correzione alla decadenza del regime. Da qui in poi la domanda principale è se i restauratori tenteranno una strategia veramente espansiva o si accontenteranno di fare solo rumore utile al consenso interno. Non si può ancora rispondere, ma la prima ipotesi ha certa probabilità. L’Iran si trova in una posizione geostrategica, geoeconomica e geosimbolica che gli fornisce un enorme vantaggio di contingenza. La stabilità del nuovo Irak è di fatto un ostaggio della volontà di Teheran. Gli americani sono spompati. La comunità islamica mondiale non ha una leadership. La Mecca è a portata di mano per debolezza della monarchia saudita - come già intuito da bin Laden –  e il già enorme potere di ricatto petrolifero sta aumentando per il rialzo strutturale della domanda globale. Ma per prendersi tutto a Teheran mancano due cose: l’atomica, per dissuadere gli Usa ed un’invenzione che possa riunire sciiti iraniani e sunniti arabi. Il fatto che stia cercando ambedue, la seconda è la leadership sui palestinesi contro Israele, segnala una volontà espansiva. Quindi con l’Iran non si scherza. Ma fargli una guerra preventiva sarà per molto tempo impossibile. Arginarlo con una coalizione di contenimento efficace implicherebbe il consenso di Cina e Russia, una Francia meno sensibile al ricatto islamico interno, un Regno Unito ed un Italia che rinuncino ad interessi vitali. Difficile. Cosa resta? Per il dopodomani il sostegno clandestino alla controrivoluzione. Per oggi e domani l’unica è mettere gli Stati arabi contro Khamenei. Indicibile, poi, ma provocante, ipotizzare che Al Qaida vada contro Teheran per difendere la sua leadership sulla Jihad. Geomeopatia?

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2005-11-8

8/11/2005

Scenario Iran

Questa rubrica ritiene ancora solido il principio di scuola britannica: “chi comanda in Afghanistan domina l’Asia”. Ma un altro è più rilevante: chi comanda in Iran ha il dominio dell’Asia che conta. Per altro lo avevano già colto gli americani quando imposero lo Scià in funzione antisovietica e di guardiano del Golfo, fino al 1979. Recentemente lo ha capito la Cina. Da un po’ lo stanno riscoprendo le élite della rivoluzione iraniana quando hanno riflettuto sulle sorti del regime. Due vie: (a) o verso una lenta dissoluzione dovuta ad un compromesso tra riformatori, nazionalisti e fondamentalisti basato sulla spartizione dei poteri, con spazi crescenti per la cultura laicizzata; (b) oppure verso il rilancio del regime teocratico stesso dando alla nazione iraniana una missione eccitante. Il vero leader, Khamenei, ha scelto la seconda opzione, fatto eleggere lo strumento Ahmadinejad ed eliminato i (pur tanti) moderati. E fin qui è stata una correzione alla decadenza del regime. Da qui in poi la domanda principale è se i restauratori tenteranno una strategia veramente espansiva o si accontenteranno di fare solo rumore utile al consenso interno. Non si può ancora rispondere, ma la prima ipotesi ha certa probabilità. L’Iran si trova in una posizione geostrategica, geoeconomica e geosimbolica che gli fornisce un enorme vantaggio di contingenza. La stabilità del nuovo Irak è di fatto un ostaggio della volontà di Teheran. Gli americani sono spompati. La comunità islamica mondiale non ha una leadership. La Mecca è a portata di mano per debolezza della monarchia saudita - come già intuito da bin Laden –  e il già enorme potere di ricatto petrolifero sta aumentando per il rialzo strutturale della domanda globale. Ma per prendersi tutto a Teheran mancano due cose: l’atomica, per dissuadere gli Usa ed un’invenzione che possa riunire sciiti iraniani e sunniti arabi. Il fatto che stia cercando ambedue, la seconda è la leadership sui palestinesi contro Israele, segnala una volontà espansiva. Quindi con l’Iran non si scherza. Ma fargli una guerra preventiva sarà per molto tempo impossibile. Arginarlo con una coalizione di contenimento efficace implicherebbe il consenso di Cina e Russia, una Francia meno sensibile al ricatto islamico interno, un Regno Unito ed un Italia che rinuncino ad interessi vitali. Difficile. Cosa resta? Per il dopodomani il sostegno clandestino alla controrivoluzione. Per oggi e domani l’unica è mettere gli Stati arabi contro Khamenei. Indicibile, poi, ma provocante, ipotizzare che Al Qaida vada contro Teheran per difendere la sua leadership sulla Jihad. Geomeopatia?

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