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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2005-10-18

18/10/2005

Il rischio di catastrofe informativa

 L’azione globale di prevenzione per il contenimento del rischio di pandemia, ora in fase di montaggio, genera uno “scenario derivato” per la cui gestione c’è poca esperienza da parte dei governi e nei sistemi sociali. Il problema non è tecnico-medico, al cui riguardo esperienze e competenze sono adeguate. E’, invece, di tipo sociologico-comunicativo: il periodo di allarme si prospetta molto prolungato, non meno di sei mesi, e ciò rende elevato il rischio di “catastrofe informativa”. Con questo termine si intende l’effetto di disordine e conseguenti danni economici provocato da un pericolo percepito indipendentemente dalla sua realtà. Di fronte ad una notizia di rischio non oggettivamente precisabile, infatti, chi la riceve tende a prendere posizioni estreme: o lo sopravvaluta o lo nega. E chi fa la prima cosa tende a ridurre l’ansia ricorrendo a pratiche irrazionali che poi, trasformate in comportamento collettivo, generano problemi simili ad un disastro. Vi sono casi studiati, nel mondo, dove sia la politica di prevenzione sia errori nella comunicazione in fase di allarme hanno prodotto più danni che non l’impatto reale. Riuscire per sei mesi a bilanciare la gestione informativa in modo tale da non provocare né panico né sottovalutazioni del rischio non è impossibile, ma è molto difficile. In particolare per il caso di un virus: più l’agente di rischio è “invisibile” più è importante la mediazione delle istituzioni e della stampa per determinarlo. In tali situazioni è massima (in teoria) la probabilità che il pericolo, anche se non reale oppure ben contenuto, venga percepito come attuale per errori di gestione politica e/o comunicativa. Il punto: in relazione al rischio epidemiologico che si sta profilando siamo oggi nella situazione di, prima di tutto, dover evitare una “catastrofe informativa” che provochi danni e disordini senza motivo. Che cosa si sa per poterla evitare o minimizzare? Le conoscenze sono abbondanti per suggerire ai media come evitare di essere cause dirette ed indirette della “catastrofe. La più semplice è la raccomandazione di specializzare un team per calibrare i protocolli di corretta informazione in casi di emergenza. Più complicata è la confezione del soggetto istituzionale migliore per la comunicazione sia di aggiornamento sullo stato del rischio sia per le contromisure. Per ambedue i casi c’è poca ricerca in Italia, reperibile presso l’Università cattolica di Milano e l’Isig di Gorizia, ma molta in inglese. A cui si può accedere, via Internet, consultando la libreria digitalizzata del Disaster Research Center, University of Delaware.     

(c) 2005 Carlo Pelanda
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