autotermiche e habitat pienamente artificializzati. La tecnica delle costruzioni è evoluta nei secoli, ma mai abbastanza per liberare il disegno dai vincoli dati dall’uso di materia passiva. Ora tali limiti potranno essere aboliti rendendo la materia stessa immensamente flessibile ad essere forgiata. Nonché attiva e reattiva. Senza paura di fantasticare, perché la fisica riesce già a vedere oltre il concepibile, si può iniziare a pensare ad un terzo stato (mesoscopico) della materia a metà tra quella organica ed inorganica: urbus. Una sorta di humus che resta inorganico, ma sensibile ad istruzioni elettroniche e chimiche che ne modificano le molecole ed i loro possibili legami. Tale materia allo stato inerte potrebbe essere sparsa su un territorio. Poi, una parte diventa strada autoriparantesi, un’altra argine autodisegnantesi, un’altra ancora abitazione adattabile più volte alle esigenze da un agente che possiede la chiave per istruire gli atomi a prendere quella o altra configurazione. Ma è una prospettiva remota, più utile per terraformare ed urbanizzare a basso costo pianeti come Luna e Marte che non sulla Terra. Perché qui il valore economico di terreni e sistema edificato soffrirebbe di tale variabilità e si rischierebbe una deflazione da eccesso di innovazione. Più prossima e praticabile ora, comunque precursore di quella next, sarà un’ingegneria civile ed urbanistica capace di inserire le nuove tecnologie nell’economia e territorio correnti. Grattacieli di mille metri autoflessibili senza fondamenta, spume che da una bombola formano case robuste seguendo un reticolo nell’aria disegnato via raggi laser incrociati, rivestimenti che producono energia, ecc. L’Italia ha una densità di ideatori che potrebbe renderla avanguardia e marchio pionieristico della nuova industria edilizia. Ma per la sperimentazione ci vogliono laboratori all’aperto fatti di ampie aree. A basso costo, dove sia possibile smuovere grandi masse di terreno per costruire prototipi senza impatti nel circostante ed ecologici. Laboratorio in vivo, dove anche insegnare agli operatori industriali le nuove tecniche, vetrina di marketing globale per le nuove imprese e parco newland. Il punto: c’è in Italia, così densamente urbanizzata e vincolata, un’area sufficientemente grande e libera dove fare tale laboratorio? Questa rubrica, analizzando le foto satellitari, ne ha trovata una sola. Chi è interessato scriva.    

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Il Foglio

2005-9-20

20/9/2005

Next habitat

La rivoluzione tecnologica sta aprendo un nuovo scenario anche per edilizia ed urbanistica. Nanotecnologie ed altri materiali innovativi permetteranno costruzioni flessibili, adattive, autotermiche e habitat pienamente artificializzati. La tecnica delle costruzioni è evoluta nei secoli, ma mai abbastanza per liberare il disegno dai vincoli dati dall’uso di materia passiva. Ora tali limiti potranno essere aboliti rendendo la materia stessa immensamente flessibile ad essere forgiata. Nonché attiva e reattiva. Senza paura di fantasticare, perché la fisica riesce già a vedere oltre il concepibile, si può iniziare a pensare ad un terzo stato (mesoscopico) della materia a metà tra quella organica ed inorganica: urbus. Una sorta di humus che resta inorganico, ma sensibile ad istruzioni elettroniche e chimiche che ne modificano le molecole ed i loro possibili legami. Tale materia allo stato inerte potrebbe essere sparsa su un territorio. Poi, una parte diventa strada autoriparantesi, un’altra argine autodisegnantesi, un’altra ancora abitazione adattabile più volte alle esigenze da un agente che possiede la chiave per istruire gli atomi a prendere quella o altra configurazione. Ma è una prospettiva remota, più utile per terraformare ed urbanizzare a basso costo pianeti come Luna e Marte che non sulla Terra. Perché qui il valore economico di terreni e sistema edificato soffrirebbe di tale variabilità e si rischierebbe una deflazione da eccesso di innovazione. Più prossima e praticabile ora, comunque precursore di quella next, sarà un’ingegneria civile ed urbanistica capace di inserire le nuove tecnologie nell’economia e territorio correnti. Grattacieli di mille metri autoflessibili senza fondamenta, spume che da una bombola formano case robuste seguendo un reticolo nell’aria disegnato via raggi laser incrociati, rivestimenti che producono energia, ecc. L’Italia ha una densità di ideatori che potrebbe renderla avanguardia e marchio pionieristico della nuova industria edilizia. Ma per la sperimentazione ci vogliono laboratori all’aperto fatti di ampie aree. A basso costo, dove sia possibile smuovere grandi masse di terreno per costruire prototipi senza impatti nel circostante ed ecologici. Laboratorio in vivo, dove anche insegnare agli operatori industriali le nuove tecniche, vetrina di marketing globale per le nuove imprese e parco newland. Il punto: c’è in Italia, così densamente urbanizzata e vincolata, un’area sufficientemente grande e libera dove fare tale laboratorio? Questa rubrica, analizzando le foto satellitari, ne ha trovata una sola. Chi è interessato scriva.    

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