Zappalà – allora di Alenia - disegnò sui dei tovaglioli lo scenario industriale-economico dell’Italia del futuro: deindustrializzazione inevitabile, crisi competitiva del sistema delle piccole imprese nell’emergente globalizzazione, disordine finanziario e politico difficilmente contenibile. Perché, disse, mancava qualcosa nella nazione che desse la giusta direzione alla politica. Da qui proietto una linea di declino. Nel 1993, quando Beniamino Andreatta fu per un mese ministro del Bilancio, questa rubrica lo aiutò a costruire uno scenario prospettico. E segnò sul taccuino le seguenti parole pronunciate da quel rimarchevole studioso, oltre che leader: “manca forza e qualità alla nazione, non riusciremo a mantenere la sovranità nazionale, dovremo trasferire il governo di fatto del paese, per avere un minimo di ordine, a Parigi e Berlino”. Gli occhi gli si riempirono di lacrime. Ambedue gli scenari detti basavano il loro pessimismo sulla constatazione che mancasse uno spirito nazionale sufficientemente forte ed ordinatore da correggere i difetti della politica e del capitalismo nazionali. Craxi, a metà degli anni ’80, credette nell’esistenza di uno spirito nazionale che riconoscesse il primato del bene comune della nazione – per esempio la cancellazione della scala mobile -  e puntò la sua politica di sfida su questa aspettativa. Ma venne deluso. Il risultato elettorale del 1987 mostrò la poca presa del patriottismo riformista. Berlusconi sta soffrendo una crisi di consenso per motivi simili. Cosa manca? Un sentimento maggioritario della comunità che accetta, di fronte all’evidenza della crisi, cambiamenti del sistema perché valutati come necessari per non affondare. Pare che in Italia tale qualità della nazione non ci sia, mentre la si è vista all’opera più volte altrove. Vi sono tante spiegazioni: eccesso di individualismo, complicato dal familismo amorale, blocco sociale protezionista, tappo dei partiti, ecc.  Questa rubrica semplificatrice ritiene che il problema principale, invece, sia dovuto al fatto che gli italiani non abbiano ancora percepito l’entità della crisi strutturale. Ciò spiega perché, se in ansia, diano il consenso alla sinistra pensando che vi sia ancora ricchezza sufficiente per finanziare tutele. Non hanno colto che non ce ne è più. E spiega, in altri, la poca pressione di consenso per riformare. Scenario: nel 2005 l’economia italiana è in recessione non ciclica, imputabile ad un trentennio di declino mai invertito. Tale evidenza della crisi potrebbe formare quel sentimento nazionale-direzionale che finora non c’è stato.  

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Il Foglio

2005-5-14

14/5/2005

Effetti dell'evidenza della crisi

Nel lontano 1991 l’Ing. Francesco Zappalà – allora di Alenia - disegnò sui dei tovaglioli lo scenario industriale-economico dell’Italia del futuro: deindustrializzazione inevitabile, crisi competitiva del sistema delle piccole imprese nell’emergente globalizzazione, disordine finanziario e politico difficilmente contenibile. Perché, disse, mancava qualcosa nella nazione che desse la giusta direzione alla politica. Da qui proietto una linea di declino. Nel 1993, quando Beniamino Andreatta fu per un mese ministro del Bilancio, questa rubrica lo aiutò a costruire uno scenario prospettico. E segnò sul taccuino le seguenti parole pronunciate da quel rimarchevole studioso, oltre che leader: “manca forza e qualità alla nazione, non riusciremo a mantenere la sovranità nazionale, dovremo trasferire il governo di fatto del paese, per avere un minimo di ordine, a Parigi e Berlino”. Gli occhi gli si riempirono di lacrime. Ambedue gli scenari detti basavano il loro pessimismo sulla constatazione che mancasse uno spirito nazionale sufficientemente forte ed ordinatore da correggere i difetti della politica e del capitalismo nazionali. Craxi, a metà degli anni ’80, credette nell’esistenza di uno spirito nazionale che riconoscesse il primato del bene comune della nazione – per esempio la cancellazione della scala mobile -  e puntò la sua politica di sfida su questa aspettativa. Ma venne deluso. Il risultato elettorale del 1987 mostrò la poca presa del patriottismo riformista. Berlusconi sta soffrendo una crisi di consenso per motivi simili. Cosa manca? Un sentimento maggioritario della comunità che accetta, di fronte all’evidenza della crisi, cambiamenti del sistema perché valutati come necessari per non affondare. Pare che in Italia tale qualità della nazione non ci sia, mentre la si è vista all’opera più volte altrove. Vi sono tante spiegazioni: eccesso di individualismo, complicato dal familismo amorale, blocco sociale protezionista, tappo dei partiti, ecc.  Questa rubrica semplificatrice ritiene che il problema principale, invece, sia dovuto al fatto che gli italiani non abbiano ancora percepito l’entità della crisi strutturale. Ciò spiega perché, se in ansia, diano il consenso alla sinistra pensando che vi sia ancora ricchezza sufficiente per finanziare tutele. Non hanno colto che non ce ne è più. E spiega, in altri, la poca pressione di consenso per riformare. Scenario: nel 2005 l’economia italiana è in recessione non ciclica, imputabile ad un trentennio di declino mai invertito. Tale evidenza della crisi potrebbe formare quel sentimento nazionale-direzionale che finora non c’è stato.  

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