ribilanciati attraverso crisi e non via azioni di governance che le eviti. Per esempio, il disequilibrio provocato dall’eccesso di competitività delle esportazioni cinesi non può essere ribilanciato solo da una rivalutazione dello yuan, come invece – segno evidente di impotenza - raccomandato dai G8 nell’ultimo vertice di Washington, ma richiede un incremento progressivo del costo del lavoro in Cina, cioè la riduzione del “social dumping” lì praticato. Ottenibile solo con una pressione che imponga a Pechino la costruzione graduale di un welfare, cioè di garanzie e salari più elevati. Ma solo la convergenza di forze tra Usa ed Ue potrebbe convincere i cinesi ad alzare i costi del sistema interno perché renderebbe credibile la minaccia di un maggior svantaggio politico ed economico se non lo facessero. Senza tale convergenza, i cinesi, invece, possono ricattare e ciurlare come vogliono. Altro esempio. L’America importa da tutto il pianeta, ma non riesporta altrettanto. Ciò crea un deficit commerciale che deve essere necessariamente riequilibrato da un ritorno equivalente di dollari nel mercato statunitense. Ma il deficit è così grande da richiedere oggi quasi 60 miliardi di dollari al mese, 80 domani senza variazioni. In tale tendenza il riequilibrio delle tensioni avverrà come nei terremoti: caduta del dollaro e delle Borse, tutto il pianeta in recessione, devastante nell’eurozona. Per evitarlo, l’Europa dovrebbe crescere di più ed assorbire parte dell’export planetario che ora grava sulla sola America. E le due banche centrali dovrebbero coordinarsi, e molto, sul piano della politica monetaria e, indirettamente, di cambio. In sintesi, la crescente probabilità di riequilibrio via crisi dipende dalla mancata convergenza tra Usa ed Ue per il governo del sistema mondiale. Ed in alcuni think tank, nelle simulazioni, si è visto con chiarezza che per l’ordinamento mondiale manca un pezzo dell’ordinatore: un’Europa estroversa e più attiva sul piano geopolitico e crescente su quello economico, combinata con un’America, semplificando, meno arrogante nella relazione con gli europei. Ma cosa può svegliare il gigante europeo e convincerlo ad unirsi a quello americano in modo che il mondo sia retto da un Atlante a quattro braccia e non solo con due? Finora non si è visto alcun segnale. Ma, recentemente e miracolosamente, qualche voce governativa europea sta vagamente cogliendo il punto. Un filo di speranza c’è, lo si capisca più in fretta prima del sisma.  

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Il Foglio

2005-5-3

3/5/2005

Per evitare crisi globali manca l'Europa

 Chi fa scenari globali sta osservando un aumento di probabilità del caso peggiore: gli squilibri economici nel mercato planetario saranno ribilanciati attraverso crisi e non via azioni di governance che le eviti. Per esempio, il disequilibrio provocato dall’eccesso di competitività delle esportazioni cinesi non può essere ribilanciato solo da una rivalutazione dello yuan, come invece – segno evidente di impotenza - raccomandato dai G8 nell’ultimo vertice di Washington, ma richiede un incremento progressivo del costo del lavoro in Cina, cioè la riduzione del “social dumping” lì praticato. Ottenibile solo con una pressione che imponga a Pechino la costruzione graduale di un welfare, cioè di garanzie e salari più elevati. Ma solo la convergenza di forze tra Usa ed Ue potrebbe convincere i cinesi ad alzare i costi del sistema interno perché renderebbe credibile la minaccia di un maggior svantaggio politico ed economico se non lo facessero. Senza tale convergenza, i cinesi, invece, possono ricattare e ciurlare come vogliono. Altro esempio. L’America importa da tutto il pianeta, ma non riesporta altrettanto. Ciò crea un deficit commerciale che deve essere necessariamente riequilibrato da un ritorno equivalente di dollari nel mercato statunitense. Ma il deficit è così grande da richiedere oggi quasi 60 miliardi di dollari al mese, 80 domani senza variazioni. In tale tendenza il riequilibrio delle tensioni avverrà come nei terremoti: caduta del dollaro e delle Borse, tutto il pianeta in recessione, devastante nell’eurozona. Per evitarlo, l’Europa dovrebbe crescere di più ed assorbire parte dell’export planetario che ora grava sulla sola America. E le due banche centrali dovrebbero coordinarsi, e molto, sul piano della politica monetaria e, indirettamente, di cambio. In sintesi, la crescente probabilità di riequilibrio via crisi dipende dalla mancata convergenza tra Usa ed Ue per il governo del sistema mondiale. Ed in alcuni think tank, nelle simulazioni, si è visto con chiarezza che per l’ordinamento mondiale manca un pezzo dell’ordinatore: un’Europa estroversa e più attiva sul piano geopolitico e crescente su quello economico, combinata con un’America, semplificando, meno arrogante nella relazione con gli europei. Ma cosa può svegliare il gigante europeo e convincerlo ad unirsi a quello americano in modo che il mondo sia retto da un Atlante a quattro braccia e non solo con due? Finora non si è visto alcun segnale. Ma, recentemente e miracolosamente, qualche voce governativa europea sta vagamente cogliendo il punto. Un filo di speranza c’è, lo si capisca più in fretta prima del sisma.  

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