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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2005-10-12

12/10/2005

Virus batte nucleare 7 a 1

Sta aumentando la domanda di scenari di “caso peggiore” a seguito di attentati terroristici da parte di soggetti finanziari che operano sul mercato globale. Le commesse di ricerca sono insolitamente ricche, ma i pochi think tank non-governativi  che sono in grado di produrre simulazioni credibili su tali eventualità sono in difficoltà nel calibrarle. Perché non esistono precedenti su cui ancorare un ventaglio probabilistico, una matrice di impatti incrociati che colleghi la catena di fenomeni conseguenti, ecc. Tuttavia, la concentrazione di risorse di ricerca ha cominciato a delineare, almeno, un pre-scenario. Di cui poco è svelabile, ma comunque di interesse vista l’assenza totale di questi temi sui media. L’oggetto principale è la valutazione della crisi di fiducia e del suo impatto sul ciclo finanziario. L’eventualità di una “bomba sporca” (plutonio diffuso da un esplosivo convenzionale) ha la probabilità di produrre un danno solo locale  senza troppe conseguenze sul piano sistemico. Ma la minaccia di un tale evento può avere un effetto molto più destabilizzante. Una bomba nucleare “vera” può produrre una catastrofe simbolica globale. Ma l’intensità e raggio temporale della destabilizzazione dipendono dal tipo di reazione. Se forte e totale il periodo di instabilità finanziaria e conseguente tendenza recessiva mondiale non dovrebbe durare più di un anno e mezzo. Se scoppia una seconda bomba in sequenza non immediata, per esempio dopo sei mesi, allora lo scenario non è calcolabile per suo “avvitamento”. Ciò indica che la reazione deve assolutamente mostrare credibilmente la cattura o uccisione del nemico E’ rilevante il dove scoppi per l’effetto globale? Non tanto. In sintesi, se non in sequenza, l’attentato nucleare ha probabilità destabilizzanti molto minori di quanto si pensi. Ciò trasferisce il caso peggiore all’attentato biochimico, cioè alla diffusione di virus con capacità di uccidere decine di milioni di persone in pochi giorni. Un primo colpo segnalerebbe la facilità di portarne un altro. La bomba è difficile da piazzare e facile da costruire, il virus è difficile da confezionare, ma facile da lanciare una volta stabilizzato. Le simulazioni preliminari indicano che un attacco virale ad alta letalità avrebbe un effetto destrutturante circa sette volte superiore a quello nucleare. In particolare, la percezione di facile replicabilità dell’attacco ed il probabile ricatto da parte degli attaccanti renderebbero difficile la ricostruzione della fiducia attraverso la reazione di forza totale. Tale scenario fornisce una prima indicazione delle priorità antiterrorismo.

(c) 2005 Carlo Pelanda
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