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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2004-5-25

25/5/2004

Oro alla patria

Nei think tank anglofoni che questa rubrica frequenta si disse nel 1998: gli italiani sono matti a non condizionare l’adesione all’euro ad una clausola che li tuteli dalla vulnerabilità dovuta all’enorme debito pubblico. Era chiara, infatti, la novità storica dell’eurozona: un sistema in cui i debiti si dovevano pagare per forza e non si poteva ridurli con l’inflazione. Pertanto una nazione ad alto debito storico ed implicito (l’impatto deficitario dei costi pubblici futuri) avrebbe trovato vantaggio in tale sistema solo se fosse diventato sia un garante delle passività sia un supporto esterno per le riforme interne. Un buon negoziatore avrebbe proposto due condizioni. Una europeizzazione parziale del debito nazionale attraverso una cartolarizzazione supersintetica. Per esempio, un “Fondo europeo” assorbe 500 miliardi di euro di debito italiano in cambio di un conferimento di un valore patrimoniale nazionale equivalente più un premio. Poi tale fondo, caricato di altre risorse da nazioni con problemi simili, avrebbe venduto in 20-30 anni i valori (immobili) anticipando nel primo decennio la cassa utile, ottenuta attraverso l’emissione di azioni ed obbligazioni convertibili retrogarantite dalla Bce, per ricomprare i titoli di debito posseduti dai risparmiatori. In tal modo il debito italiano sarebbe sceso nel 2010 al 60% circa del Pil, il residuo non sarebbe stato vulnerabile a problemi di rating, e gli azionisti del fondo starebbero facendo un buon profitto. L’altra condizione sarebbe stata quella di imporre alle nazioni uno standard fiscale: un “corridoio” per portare le tasse dirette complessive non oltre il 33% e non al di sotto del 25% per le  famiglie, tra il 25 ed 15% per le imprese. Con tali condizioni l’adesione all’eurozona sarebbe stata un buon business per l’Italia perché avrebbe bilanciato la cessione di sovranità economica con un plus. Senza, l’euro avrebbe prodotto un minus. Per evitarlo, L’Italia avrebbe dovuto star fuori allo scopo di ottenere la flessibilità utile a ridurre il debito con la crescita. Non lo fece, difficile dire se per incompetenza o per impossibilità. Ma tali scenari del passato tornano attuali perché il debito combinato con un eurosistema che lo fa pesare di più (recente eurovertice di Londra) invece di aiutare a ridurlo sta diventando un crescente rischio di impoverimento nazionale. Quindi, esclusa l’uscita dall’euro, per non morire economicamente l’Italia: (a) o rinegozia con forza condizioni simili a quelle dette sopra; (b) oppure dovrà chiedere ai cittadini “oro alla patria”. Anzi, forse la seconda azione può irrobustire la prima. 

(c) 2004 Carlo Pelanda
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