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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2004-3-13

13/3/2004

Il dilemma della prevenzione

La nuova mappa geofisica del rischio sismico in Italia crea per le altre scienze una pressione per risolvere il “dilemma della prevenzione”. I cui termini sono: (a) più spendo “prima” e più risparmierò “dopo” perché l’investimento avrà evitato il disastro o mitigato le conseguenze; (b) ma la prevenzione implica costi e dissensi che la rendono inapplicabile. La razionalità del primo punto viene tipicamente annullata non da irrazionalità, ma da motivi altrettanto razionali - quindi difficili da modificare - che determinano il secondo. Poniamo di individuare un rischio di gravi terremoti in tre aree nei prossimi 10 anni. Se lo copro tutto riducendo la vulnerabilità del sistema costruito spendo 80 miliardi. Se non faccio nulla e mi arriva il disastro in una sola area e non in tutte, la cosa mi costerà al massimo, per dire, 30. Che sarebbe un risparmio di 50. Ma, soprattutto, eviterebbe enormi complicazioni politiche. Per esempio, reperire le risorse di prevenzione in concorrenza con altre allocazioni prioritarie senza l’evidenza del pericolo imminente, mentre il farlo per ricostruire a disastro avvenuto è più facile. Ciò serve a dire che non è così scontata la definizione di vantaggio economico del primo termine. Infatti, se si rappresenta il problema con gli schemi della Teoria dei giochi si trova che il valore di equilibrio tra costi e benefici della prevenzione è individuato da un suo minimo relativo e non da un suo massimo. Per esempio, aumentare la capacità di gestione delle emergenze – salvare un ferito - costa meno che non ridurre la vulnerabilità di un insediamento, tipo rendere una casa incrollabile o una città immune da inondazioni. In sintesi, il danno prodotto da disastri limitati nello spazio e nel tempo, come i terremoti, non è riconosciuto dai criteri politici vigenti di entità sistemica tale da doverlo prevenire in modo assoluto caricandosi dei relativi costi. Così al riguardo della vita umana. Conseguentemente, al crescere della conoscenza sui rischi territoriali non corrisponde analogo aumento della sicurezza civile, pur questa migliorando. Cosa si può fare per non annullare i risultati dei bravi geofisici? Forse gli scienziati della politica dovrebbero connettere meglio precisazione dei rischi, diritto alla sicurezza e imputabilità delle istituzioni in modo da forzarle a prevenirli. Gli economisti rielaborare il valore marginale degli investimenti sulla sicurezza. Ma va ai tecnologi la domanda più cruciale: possibile che non troviate nuovi materiali e metodi a costi decenti per non far cadere le case, almeno quelle future, qualunque sia l’intensità della scossa?    

(c) 2004 Carlo Pelanda
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