astra. Questa rubrica sente ancora il brivido di quando tale invocazione esplose dalle bocche di circa centocinquanta persone che, tenendosi per mano, risalivano – per aspera -  le cascate di Ocho Rios, Jamaica. Dove si è tenuta qualche giorno fa una delle periodiche riunioni globali dei think tank futurizzanti. Il tema del forum riguardava l’annosa questione, qui più volte trattata, di come accelerare l’uscita  dalla Terra. Non tanto per curiosità esplorativa, ma perché i futurizzanti condividono l’idea che solo nell’ecologia extraterrestre vi sarà la libertà – senza rischio per altri - di sperimentare nuove forme di Homo Esosapiens: infinitamente adattabile a qualsiasi ambiente, autoriparantesi ed autorigenerativo, immortale anche se non immoribile. Facoltà già scientificamente concepibili, ma inattuabili – per limiti politici ed ecosistemici -  sulla Terra. Commovente il rito nella cascata: tanto ti amiamo Terra da voler essere acqua nella tua acqua, ma risaliamo la corrente al contrario perché nella natura da te disegnata nasciamo già morti, malati, limitati. Inutile nascondere che i futurizzanti siano l’avanguardia di una nuova mistica dell’ascesi. Che comunque non sarà mai una teologia sostitutiva delle religioni terricole vincolate ed ispirate, comprensibilmente, dai relativi ecolimiti. Il popolo dei futurizzanti vuole solo potersene andare alla ricerca della nuova Israele, il cosmo e la libertà salvifica che promette. E come gli ebrei prigionieri in Babilonia si cantò (Gospel): “let the people go”. Ma, chiuso il rito, si è discusso in termini più pratici: nessuno vieta l’uscita, semplicemente manca la tecnologia operativa per farlo pur teoria già in bozza. Ed il dibattito ha valutato due opzioni: (a) usare le notevoli risorse finanziarie e cognitive dei circoli futurizzanti globali per accelerare e ricaricare i programmi spaziali “normali” già esistenti per poi inserirvi ulteriori sviluppi; (b) oppure montare un’operazione completamente privata. La seconda sarebbe troppo romantica e densa di rischi di fallimento pur promettendo tempi brevi. Quindi è prevalsa la prima: lobbying per favorire azioni congiunte tra Esa e Nasa utili a non disperdere risorse; spingere la creazione di un cantiere in orbita lunare (Stargate) per la costruzioni di grandi astronavi; metterne una attorno a Marte che assista la colonizzazione del pianeta; e poi chiedere una concessione territoriale privata per avviare gli esoesperimenti. In sintesi, i futurizzanti dovranno per lungo tempo agire di concerto con i concetti di esoutilità terrestri per poi poter sviluppare i propri: Mars tuo, vita mea.  

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Il Foglio

2004-1-10

10/1/2004

Ai terricoli la conquista di Marte, ai futurizzanti la nuova vita creabile su quel pianeta

Ad astra. Questa rubrica sente ancora il brivido di quando tale invocazione esplose dalle bocche di circa centocinquanta persone che, tenendosi per mano, risalivano – per aspera -  le cascate di Ocho Rios, Jamaica. Dove si è tenuta qualche giorno fa una delle periodiche riunioni globali dei think tank futurizzanti. Il tema del forum riguardava l’annosa questione, qui più volte trattata, di come accelerare l’uscita  dalla Terra. Non tanto per curiosità esplorativa, ma perché i futurizzanti condividono l’idea che solo nell’ecologia extraterrestre vi sarà la libertà – senza rischio per altri - di sperimentare nuove forme di Homo Esosapiens: infinitamente adattabile a qualsiasi ambiente, autoriparantesi ed autorigenerativo, immortale anche se non immoribile. Facoltà già scientificamente concepibili, ma inattuabili – per limiti politici ed ecosistemici -  sulla Terra. Commovente il rito nella cascata: tanto ti amiamo Terra da voler essere acqua nella tua acqua, ma risaliamo la corrente al contrario perché nella natura da te disegnata nasciamo già morti, malati, limitati. Inutile nascondere che i futurizzanti siano l’avanguardia di una nuova mistica dell’ascesi. Che comunque non sarà mai una teologia sostitutiva delle religioni terricole vincolate ed ispirate, comprensibilmente, dai relativi ecolimiti. Il popolo dei futurizzanti vuole solo potersene andare alla ricerca della nuova Israele, il cosmo e la libertà salvifica che promette. E come gli ebrei prigionieri in Babilonia si cantò (Gospel): “let the people go”. Ma, chiuso il rito, si è discusso in termini più pratici: nessuno vieta l’uscita, semplicemente manca la tecnologia operativa per farlo pur teoria già in bozza. Ed il dibattito ha valutato due opzioni: (a) usare le notevoli risorse finanziarie e cognitive dei circoli futurizzanti globali per accelerare e ricaricare i programmi spaziali “normali” già esistenti per poi inserirvi ulteriori sviluppi; (b) oppure montare un’operazione completamente privata. La seconda sarebbe troppo romantica e densa di rischi di fallimento pur promettendo tempi brevi. Quindi è prevalsa la prima: lobbying per favorire azioni congiunte tra Esa e Nasa utili a non disperdere risorse; spingere la creazione di un cantiere in orbita lunare (Stargate) per la costruzioni di grandi astronavi; metterne una attorno a Marte che assista la colonizzazione del pianeta; e poi chiedere una concessione territoriale privata per avviare gli esoesperimenti. In sintesi, i futurizzanti dovranno per lungo tempo agire di concerto con i concetti di esoutilità terrestri per poi poter sviluppare i propri: Mars tuo, vita mea.  

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